Nella fabbrica fantasma Panni stesi e amianto

Le recinzioni non bastano: l’edificio è diventato rifugio per disperati e discarica Un labirinto largo 20mila metri quadrati. I camini hanno retto al terremoto

La sedia a sdraio è puntata verso il nulla, con lo schienale dritto e i colori ancora vivaci a dispetto della stoffa consumata. Di fronte c’è il muro di cinta, attorno solo macerie e rifiuti. Sembra uno scatto da un remoto luogo di guerra, una di quelle foto in cui l’ostinata quotidianità di un dettaglio condensa tutta l’insensatezza della violenza. Una scarpa spaiata, un giocattolo rotto, una sedia sopravvissuta a un bombardamento.

Sembra una foto di guerra, è un scatto rubato nel cratere dell’ex Ceramica, labirinto diroccato largo 20mila metri quadrati. Operosa fabbrica dell’allora, con la coppia di camini gemelli e la trama di mattoni rossi, e scalcinato alveare del presente dove i disperati sciamano lenti. Oltre la recinzione c’è il quartiere di Fiera Catena con la sua geografia e la sua gente, di qua dalla linea d’ombra si apre la terra di nessuno. Anche se una proprietà esiste, e ciclicamente si preoccupa di pulire, sbarrare, recintare. Tutto inutile.

Accanto alla sdraio è rovesciato un bidone di pittura, a mo’ di tavolino. Addossata alla parete traballa una credenza sfondata. Il dettaglio racconta la precarietà organizzata dell’abbandono. All’hotel dei senzatetto deve essere un angolo ambito, una sorta di sala relax. Oppure, più cinicamente, è uno posto di guardia. Una barriera all’ingresso. Il colpo d’occhio è per sottrazione - la sedia nel nulla - ma è addentrandosi nel labirinto della fabbrica antica che s’inciampa nell’incredibile campionario della disperazione compulsiva. Dove la roba è ammassata alla rinfusa, senza traccia alcuna di un ordine che sia almeno logico. Paralumi e pneumatici. Damigiane e scarpe da donna. Un water smurato e la lettera mozzata di un’insegna pubblicitaria. Dal mucchio spunta pure una Gazzetta di Mantova del 1990, dove si racconta della visita di Mitterand.

Riferisce l’architetto Paolo Vincenzi, consulente e progettista della società Vecchia Ceramica, che più volte sono intervenuti a tappare gli accessi. Ma gli inquilini invisibili dell’ex opificio sono riusciti a piegare anche la resistenza di un pesantissimo portone saldato. Di cui non c’è più traccia. È il varco perfetto per infilarsi dentro, facendo attenzione a mettere i piedi nei punti giusti. Sul pavimento si apre una buca profonda, scavata ai tempi della Cittadella dei servizi (per un saggio). Sembra passato un secolo, ma il progetto è tramontato soltanto un anno e mezzo fa. Il tempo possiede un battito diverso nella pancia di questa fabbrica costruita a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento: in qualche dose e misura, l’abbandono che l’ha guastata l’ha pure conservata. Come fosse un luogo fantasma. Due rampe di scalini incerti conducono ai piani superiori, oltre il secondo non è prudente andare.

La curiosità guardinga s’ammorbidisce presto in stupore. Si resta rapiti dalla magia dei soffitti bassi, dall’ombra sbavata del forno usato per cuocere mattoni, tegole e coppi, dalla circonferenza di uno dei due camini gemelli che attraversa gli ambienti come fosse un tronco. Sporgendosi da uno dei tanti telai vuoti, dove un tempo c’erano le finestre, si guadagna una prospettiva mozzafiato.

L’incanto aereo riprecipita nello sconforto delle due discariche d’amianto transennate giù in giardino, e nei segni confusi della vita randagia di chi si è accampato in uno dei tanti locali satelliti attorno alla fabbrica dell’allora. Vestiti stesi ad asciugare, la carcassa di un furgoncino, un tappeto di schedine del lotto. C’è pure una bacchetta per il nordic walking.(ig.cip)

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