Non è un Paese per mamme In 199 costrette a dimettersi

In crescita le donne con bimbi sotto i 3 anni che non ce la fanno a dividersi tra figli e lavoro Le cause: part-time e orari flessibili negati in ufficio, asili nido troppo cari o senza posti

Diventare mamma, rientrare in ufficio come in fabbrica fiduciosa nelle tanto sbandierate politiche di conciliazione famiglia-lavoro e scoprire che nel tuo caso sono solo un miraggio. Che non ce la fai. Che questo non è un paese per mamme lavoratrici. Anno dopo anno aumentano nel mantovano le donne con un figlio in età inferiore ai 3 anni costrette a lasciare il posto. Che si arrendono perché di part-time, orari flessibili o anche solo modifiche del turno neppure a parlarne, perché al nido non c’era posto o costava troppo così come la baby-sitter e in casa gli aiuti scarseggiavano.

Scelta obbligata nel 2014 per 199 lavoratrici: erano 170 nel 2013 e 150 nel 2012. A raccontarlo sono i dati della Direzione provinciale del lavoro chiamata a verificare che non ci siano state costrizioni o discriminazioni. «Si tratta - spiega il consigliere di parità supplente per la provincia di Mantova Giovanni Pugliese - di un istituto previsto a tutela della lavoratrice madre e del lavoratore padre per prevenire il fenomeno delle dimissioni in bianco. Nel 2012 la legge Fornero ha infatti esteso l'obbligo di convalida della dimissione anche ai lavoratori padri fino a tre anni di vita del bambino mentre prima era solo per le madri e fino a un anno del figlio».

Per appurare la reale volontà di dimettersi, papà e mamme vengono quindi invitati a spiegare i motivi di una simile scelta. Dei 242 genitori che nel 2014 hanno lasciato il posto, 43 erano papà. Delle 199 mamme, per lo più si trattava di italiane (19 extracomunitarie e 17 di altri Paesi della Ue): in 27 lo hanno fatto per «incompatibilità tra occupazione lavorativa e assistenza al neonato dovuta al mancato accoglimento all’asilo nido», in 9 per «elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (asili-nido, baby sitter», in 6 per «mancata concessione di part-time, orario flessibile e modifica turni» o per «chiusura, cessazione, trasferimento dell’azienda», in 18 per «assenza di parenti di supporto», in 13 per «la distanza tra residenza e luogo di lavoro». In 63 hanno invece motivato la scelta con il «desiderio di cura della prole in maniera esclusiva». Una scelta, quest’ultima, su cui spesso «pesa fortemente la questione salariale - osserva Pugliese - insomma le retribuzioni sono talmente basse che conviene stare a casa piuttosto che pagare il nido e tenersi il posto». Per 37 si è invece trattato di un «passaggio ad altra azienda».

I tentativi di conciliazione certo non mancano ma la richiesta deve partire dalla lavoratrice e si tratta di pochissimi casi. Come quello di una dipendente amministrativa di una scuola che si era vista rifiutare la richiesta di riposo al sabato distribuendo l’orario su 5 giorni anzichè 6 . Alla fine grazie alla Commissione di conciliazione si è arrivati a un compromesso che ha accontentato entrambe le parti: sì al riposo al sabato una settimana sì e una no. Insomma a volte basterebbe davvero solo un po’ di buon senso.

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