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Impianto bioraffineria alla Ies, interesse di due aziende

Il segretario della Cgil ottimista sulle possibilità di rilancio: «Non illudiamoci, ma stanno arrivando segnali positivi»

di Monica Viviani
2 minuti di lettura

MANTOVA. Primi passi veri per i progetti di reindustrializzazione dell’area dismessa dalla raffineria Ies, oggi diventata polo logistico. E si tratta di passi che vanno nella direzione da tempo auspicata: quella della bioraffinazione. A oltre un anno dall’inizio della cassa integrazione per gran parte dei circa 390 dipendenti, un nuovo spiraglio sembra aprirsi per decine di lavoratori rimasti senza posto e per il futuro occupazionale di questa città.

In base a quanto finora trapelato sembra che due aziende sarebbero interessate a impiantare in strada Cipata un impianto di bioraffinazione. La conferma arriva dal segretario generale della Cgil, Massimo Marchini: «Quando abbiamo avuto l’ultimo incontro in Regione – spiega il sindacalista – con Ies e Sofit (la società incaricata da Mol di attrarre investitori per la reindustrializzazione, ndr) abbiamo capito che dalla griglia di proposte arrivate quelle più concrete sono riferite a bioraffinerie di seconda e terza generazione. In queste settimane abbiamo raccolto ulteriori segnali che tali proposte sono davvero molto concrete e sono seguite da consulenti affidabili».

Insomma il piano che punta a creare oltre i laghi un nuovo distretto industriale partendo dal recupero dell’area Ies «ha buone possibilità di realizzarsi – aggiunge Marchini – perché finalmente c’è un interesse vero e credibile». L’area della ex raffineria di proprietà del gruppo ungherese Mol sarebbe appetibile sia per la sua capacità di stoccaggio nei serbatoi oggi non più utilizzati dal polo logistico, sia per la presenza di infrastrutture ritenute fondamentali, primo fra tutte l’oleodotto che collega strada Cipata a Porto Marghera.

«Questo – tiene a precisare il sindacalista – non significa che la meta sia stata raggiunta. I segnali però sono buoni e noi faremo ogni sforzo perché questa proposta si trasformi in un vero passaggio per la reindustrializzazione».

La domanda sul futuro dell’area Ies arriva al termine di un’intervista a Marchini sulla nuova legge sugli ecoreati e sulle sue possibili ricadute nel Mantovano. «Dopo 20 anni e un lungo percorso di precedenti tentativi falliti, finalmente abbiamo una legge – commenta – che riconosce quali delitti: l'inquinamento, l'omessa bonifica e l'impedimento dei controlli. La Cgil ha svolto un ruolo di pressione per arrivare a conclusione del percorso di approvazione di una norma che consenta di punire tutti coloro che, nel perseguire il profitto, procurano danni alla salute delle popolazioni e dei lavoratori e all'ambiente». Per quanto riguarda l'inquinamento ambientale viene stabilito che «chiunque cagiona una compromissione o deterioramento rilevante dello stato del suolo, del sottosuolo, delle acque e dell'aria, dell'ecosistema, della biodiversità, della flora e della fauna è punito con la reclusione da due a sei anni e con una multa che va da diecimila a centomila euro».

Si commette invece disastro ambientale quando si provoca «l'alterazione irreversibile dell'equilibrio dell'ecosistema o l'alterazione la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa» e in questo caso la pena oscilla dai cinque ai quindici anni. Infine per il ripristino dello stato dei luoghi, in caso di condanna, il giudice ordina il recupero a carico del condannato.

«Il riconoscimento dei reati contro l'ambiente era un atto dovuto – conclude il segretario provinciale della Cgil – e troppo a lungo disatteso, da tempo noi chiedevamo di istituire i reati ambientali e di punirli con sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive». Un punto critico però c’è: è previsto che le pene siano ridotte fino alla metà se il fatto è commesso per colpa e in caso di ravvedimento e questo vale anche in caso di associazione a delinquere e traffico illecito dei rifiuti.

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