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L'intervista al bar agli aspiranti sindaco: Mattia Palazzi

Il candidato del centrosinistra: In auto senza meta per scacciare i brutti pensieri. Sono cresciuto in parrocchia e sono stato un giovane focolarino. Ho fatto anche il lupetto. Per cosa taglierei i baffi? Per vincere un torneo di calcio. Amo pure il biliardino

Igor Cipollina
3 minuti di lettura

MANTOVA. Per lui una spremuta di pompelmo “corretta” con succo di melograno, lei ordina un caffè e tiene pronta una bustina di zucchero di canna. Con Mattia l’appuntamento è al Giamma Cafè, in viale Risorgimento, con Paola da Antoniazzi, in corso Libertà. La consegna è quella della chiacchiera sciolta, si può parlare a ruota di tutto tranne che di campagna elettorale, ballottaggio, programmi. Pausa. L’obiettivo è scavare oltre l’immagine pubblica dei candidati Palazzi e Bulbarelli per coglierne un profilo più intimo. Fragile, umano, sorridente. L’atmosfera da bar incoraggia la confidenza ma ci vuole un po’ perché dalla maschera pubblica emergano i tratti privati. Si scopre così che Mattia s’è formato in parrocchia ed è stato un giovane focolarino, molto prima di partire per Cuba e incontrare il compagno Fidel. Adesso, accanto alla passione della montagna, asseconda vizi borghesi (nessuno si senta offeso) come il whisky torbato e i sigari. Quando deve prendere una decisione importante si mette in macchina e imbocca l’autostrada, guidare lo aiuta a sciogliere i nodi più ostinati. Paola, invece, si svuota e rilassa facendo i mestieri in casa, ma stirare non va bene «perché poi pensi troppo». Della sua intensa stagione agonistica da pattinatrice le sono rimasti lo spirito competitivo e i riti scaramantici prima di ogni gara. La paura della notte, però, non l’ha ancora vinta. Ecco cos’ hanno raccontato.

Per smaltire la febbre da primo turno s’è arrampicato sull’Appennino modenese e il suo profilo Facebook è ricco di tante altre foto che la ritraggono sospeso insieme alla sua fidanzata Laura. Da dove nasce la passione della montagna?

«La montagna mi è sempre piaciuta perché ci andavo con la parrocchia di San Pio X e con gli scout dell’Agesci Mantova 5. Poi, finita l’esperienza da lupetto, mi sono dedicato ad altro, al calcio, al teatro, al judo. A farmi riscoprire la montagna è stata Laura, ma all’inizio ha dovuto forzarmi».

Quindi lei si è formato in parrocchia?

«Sì, io ho frequentato anche i focolarini e mia mamma è tuttora una volontaria del movimento, in casa ho sempre respirato l’attitudine al sociale e il rispetto. La parrocchia resta un luogo bellissimo d’aggregazione, sinonimo di amicizia. Da focolarino ho fatto un’esperienza molto intensa subito dopo la caduta del muro di Berlino al PalaEur di Roma, dove ci fu una riunione con decine di migliaia di giovani da tutto il mondo a cui partecipò anche la fondatrice del movimento Chiara Lubich».

E oggi com’è messo a religione? Ci va ancora in chiesa?

«Il discorso è molto complicato, sono credente ma non condivido certe posizioni. Comunque la dimensione sociale di base della Chiesa è stata importante per la mia crescita, così come tutto il filone della pace».

Che adolescente era? E che adulto è diventato?

«Sono sempre stato molto curioso, ho un forte senso della responsabilità, soffro l’arroganza e la mediocrità. Mi piace divertirmi, stare insieme alle persone, così come ho dei momenti in cui devo isolarmi. E poi mi piace l’ironia, ho sempre pensato che le persone intelligenti siano quelle che si prendono in giro e si lasciano prendere in giro».

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Da ragazzo ha fatto qualche bravata che ancora ricorda?

«A 16 anni feci una viaggio studio di due settimane in un college al centro di Parigi, il programma era molto rigido e prevedeva sette ore di studio al giorno. Per tre giorni ho rigato dritto, al quarto mi sono detto che la città era troppo bella per non viverla, per cui ho cominciato a bucare le lezioni insieme a un sardo e a un toscano. Ce ne andavamo in giro per musei, feste, bar. Alla cerimonia finale fummo gli unici tre a non ricevere il diploma, Parigi c’era piaciuta talmente tanto che non salimmo nemmeno sull’aereo del ritorno. Alla fine dovette intervenire mia mamma. Comunque d’estate ho sempre lavorato».

Che lavori ha fatto?

«Facevo il cameriere, andavo a pulire i chioschi di viale Hermada, poi ho lavorato alla Coop, dal 5 alle 13 stavo in cella frigorifera e sistemavo i latticini in corsia. Il lavoro più massacrante l’ho fatto in un allevamento di polli, da mezzanotte alle 5 del mattino a catturare polli per metterli in gabbia».

C’è una cosa stupidamente innocente che la fa sentire bene?

«Quando vado a fare la spesa nei centri commerciali, dove c’è la musica al supermercato, mi sorprendo a ballare in corsia. Me l’ha fatto notare Laura che mi ha pure filmato e mi ha preso in giro per qualche giorno. È una cosa involontaria, se sono rilassato e c’è della musica il mio corpo si lascia portare».

Di cosa ha paura Mattia Palazzi?

«Ho sempre avuto paura della velocità in auto, ma è una cosa razionale. Una paura irrazionale è che possa succedere qualcosa ai miei cari, sono cresciuto senza il padre e spesso mi trovo a chiamare mia mamma senza motivo, solo per chiederle come sta. È una roba che mi porto dietro da quando ero bambino».

Cosa le piace fare di più?

«Mi piace giocare con i miei nipoti, i figli di Amedeo, sfidare gli amici a spazzinone, biliardino e Risiko. Mi piacciono il Po e le storie di fiume, mi diverte anche cucinare con Laura».

Come scaccia via la tristezza?

«Salgo in macchina, accendo la musica e vado in autostrada, senza una meta. Lo faccio sia quando sono triste sia quando ho bisogno di prendere una decisione importante. Che musica metto? Dipende se devo caricarmi o trovare una dimensione più intima, passo dai Clash a Keith Jarrett».

Per cosa si taglierebbe i baffi?

«Per vincere un torneo di calcio».

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