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L'intervista al bar agli aspiranti sindaco: Paola Bulbarelli

La candidata del centrodestra: Io casalinga felice. Per rilassarmi faccio i mestieri. Il pattinaggio agonistico mi ha insegnato la disciplina. Ma ho paura della notte. Mio padre ha fatto tanto per Mantova. Sono scesa in campo pensando a lui

Igor Cipollina
3 minuti di lettura

MANTOVA. Per lui una spremuta di pompelmo “corretta” con succo di melograno, lei ordina un caffè e tiene pronta una bustina di zucchero di canna. Con Mattia l’appuntamento è al Giamma Cafè, in viale Risorgimento, con Paola da Antoniazzi, in corso Libertà. La consegna è quella della chiacchiera sciolta, si può parlare a ruota di tutto tranne che di campagna elettorale, ballottaggio, programmi. Pausa. L’obiettivo è scavare oltre l’immagine pubblica dei candidati Palazzi e Bulbarelli per coglierne un profilo più intimo. Fragile, umano, sorridente. L’atmosfera da bar incoraggia la confidenza ma ci vuole un po’ perché dalla maschera pubblica emergano i tratti privati. Si scopre così che Mattia s’è formato in parrocchia ed è stato un giovane focolarino, molto prima di partire per Cuba e incontrare il compagno Fidel. Adesso, accanto alla passione della montagna, asseconda vizi borghesi (nessuno si senta offeso) come il whisky torbato e i sigari. Quando deve prendere una decisione importante si mette in macchina e imbocca l’autostrada, guidare lo aiuta a sciogliere i nodi più ostinati. Paola, invece, si svuota e rilassa facendo i mestieri in casa, ma stirare non va bene «perché poi pensi troppo». Della sua intensa stagione agonistica da pattinatrice le sono rimasti lo spirito competitivo e i riti scaramantici prima di ogni gara. La paura della notte, però, non l’ha ancora vinta. Ecco cos’ hanno raccontato.

[[(gele.Finegil.Image2014v1) scheda bulbarelli ok acquario]]

Il nostro mestiere è un po’ come una febbre, le manca la vita da giornalista?

«Mi manca perché ho respirato giornalismo dalla nascita e fa talmente parte della mia vita che mi piacerebbe essere qui e scrivere, però la politica è una mia grande passione e perciò mi sono voluta mettere in gioco. Un lavoro ce l’ho, dedicarmi alla cosa pubblica mi piace. E vorrei che Mantova ripartisse dalle donne».

Da un mese è tornata a vivere stabilmente a Mantova, come si sta? Che sentimenti le ha smosso questa cosa?

«Da Mantova non sono mai mancata, dal venerdì alla domenica non ho mai perso un weekend, diciamo che da un mese non faccio i mestieri a casa mia a Milano, temo il momento in cui riaprirò la porta. Mantova ha una qualità di vita notevole, però evidentemente il lavoro qui non c’è e allora la gente se lo deve andare a cercare fuori. È successo anche a me».

Quando se ne andò quali sogni e quanti rimpianti mise in valigia?

«Rimpianti nessuno perché sono una persona curiosa, mi piace guardarmi intorno e capire cosa c’è oltre il confine. Penso che il mestiere del giornalista sia proprio sinonimo di curiosità. Semplicemente avevo bisogno di autonomia e indipendenza».

Lei è stata campionessa europea di pattinaggio, cosa le ha lasciato la disciplina dello sport?

«Credo che il desiderio di guardarmi attorno e scoprire il mondo mi venga anche da lì, le gare erano in giro per l’Italia e l’Europa. Mi rimangono delle regole di vita, uno spirito di sacrificio e una propensione al lavoro molto forte. Mi resta anche il gusto della competizione».

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) L'intervista al bar agli aspiranti sindaco: Mattia Palazzi]]

D’accordo la disciplina e le regole, ma da ragazza ha mai trasgredito? C’è un episodio che ricorda ancora?

«Ricordo che una volta, avrò avuto 16 anni e frequentavo il Pitentino, ho fatto sgrich per andare alla Canottieri e mia mamma mi ha cuccato di brutto. Alle 13, quando mi sono presentata bella bella a casa, avevano già telefonato all’ospedale e avvertito i carabinieri. Come mi hanno scoperto? Mia mamma era amica della bidella e quella mattina era passata da scuola per lasciarmi un messaggio. Non l’ho fatto mai più».

Cosa le dà più gioia e cosa le fa più paura?

«Ho paura della notte, forse perché è buio, ci sono momenti nei quali vorrei che fosse già giorno. Gioia me la danno i miei tre figli, che può sembrare una frase banale ma, passato il periodo problematico dell’adolescenza, adesso li sento molto più vicini perché capiscono che anche un genitore può avere delle preoccupazioni. Niccolò, il mio figlio più grande che lavora a Roma, domenica è venuto a Mantova per starmi vicino e mi ha fatto molto piacere».

Cosa la rilassa fare quando ha bisogno di distrarre la mente?

«Fare i mestieri. In casa mia faccio io, sono casalinga tuttofare. Stirare? Sì, mi piace, però mentre stiri la mente corre troppo. Amo cucinare, mia mamma è una grande cuoca e ho imparato da lei. Mi piace invitare gli amici a casa e preparare il risotto».

C’è qualche angolo della città al quale è particolarmente affezionata?

«Viale Brigata Mantova, dove abitavo da bambina e giocavo con le mie amiche, e poi il Dopolavoro ferroviario, il Dlf di viale Fiume, dove ho passato la giovinezza e l’adolescenza a pattinare. Mi piacevano anche le festine in casa, quelle cose da adolescente di quei tempi, quando si ascoltavano i Pink Floyd a gogo. E continuo ad ascoltarli. Il disco preferito? “The dark side of the moon”»

La moda lei la segue?

«Ho scritto di moda per tanti anni, ne conosco il mondo e le dinamiche, per questo ho maturato un certo distacco. Le belle cose mi piacciono, ma trovo che oggi ci siano dei prezzi folli. Mi piace molto mescolare, abbinare il capo dello stilista a quello del grande magazzino tipo Zara. Adoro i vestiti vintage e i mercatini dell’antiquariato, difficilmente io e mia madre ne perdiamo uno».

Che rapporto aveva con suo padre Rino?

«Mio padre ha fatto tanto per questa città, mi sono sentita di scendere in campo pensando a lui. Sembra una frase fatta, ma è il mio pensiero autentico».

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