Mantova, il salvataggio in piscina: «Era sul fondo e mi sono tuffato»

Stefano Biolchi mentre mima le fasi del soccorso (foto Saccani)

Il soccorritore della Dugoni sfinito dopo l’immersione: «Due anni fa l’infarto». E il 24enne continua a lottare per la vita nel reparto di rianimazione del Poma

MANTOVA. «Guarda qui, solo a pensarci mi tremano ancora le mani». Corporatura secca, il passo incerto, una buona dose di timidezza che traspare negli occhi, non ha certo l’aria dell’eroe tipo. Nemmeno il suo passato travagliato, stretto tra la droga e i problemi con la giustizia, corrispondono al modello “cittadino coraggioso”. Eppure è lui, Stefano Biolchi, 46 anni, l’uomo che giovedì notte ha strappato a morte certa un giovane che stava annegando a cinque metri di profondità, sul fondo della vasca olimpionica della piscina Dugoni. L’ha fatto nonostante le sue condizioni di salute gli sconsigliassero di calarsi cinque metri sotto la superficie della piscina.

«Sono invalido, due anni fa ho fatto un infarto – spiega – ma non ho avuto il tempo di pensarci su: sapevo solo che là in fondo c’era un ragazzo che affogava e mi sono tuffato». Intanto Djibril Ndiaye, il giovane di 24 anni originario del Senegal, residente a San Giorgio, entrato abusivamente nella piscina comunale con gli amici per una notte brava, lotta per la vita nel reparto di rianimazione dell'ospedale Poma. La lunga permanenza sott’acqua – i testimoni parlano di cinque o sei minuti – lo hanno ridotto in coma. E fino a ieri sera nelle sue condizioni non si intravvedevano spiragli.

«Ero ai giardini del Te, seduto su una panchina vicino alla locomotiva, a bere una birra con un amico – racconta Biolchi, con lo sguardo perso in quei momenti – ho sentito la ragazza urlare. “Aiuto, aiuto, sta annegando...”. Quei ragazzi li avevo visti passare cinque minuti prima. Sono corso a vedere, ho fatto il giro attorno alla recinzione, fino al cancello di viale Montello. “Sono già tre volte che vanno sotto ma non riescono a tirarlo fuori” mi ha detto la ragazza».

«Non ci ho pensato due volte – continua il racconto di Stefano Biolchi – ho corso più forte che potevo, non credevo nemmeno di poterlo fare, da quando sono malato di cuore faccio una vita tranquilla. Sono arrivato con il fiatone a bordo vasca, c’era un agente con la torcia puntata in acqua. Mi sono tolto il marsupio e mi sono buttato dentro. M’è sempre piaciuto nuotare sott’acqua, lo faccio da quand’ero ragazzino. Non è stato difficile. Il giovane era fondo, immobile, coricato con la faccia in giù. L’ho afferrato per un polso e sono risalito. Una volta in superficie, lo hanno issato sul bordo piscina. In quel momento mi sono accorto della fatica, stavo male, non ce la facevo più. Sono contento di quello che ho fatto. Spero solo che il ragazzo ce la faccia...». Negli ambienti della polizia locale negli ultimi giorni si mormora di una proposta di encomio o di premio per il coraggio e la generosità dimostrati da Biolchi.

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