Mantova, convivente umiliata e picchiata: due anni e mezzo all’assicuratore

Schiaffi, spintoni e mani strette al collo. Era un regime fondato sulla paura, il disprezzo e l’intimidazione quello che regnava nella casa. Un 51enne è stato condannato per maltrattamenti in famiglia

QUISTELLO. Schiaffi, spintoni e mani strette al collo. Era un regime fondato sulla paura, il disprezzo e l’intimidazione quello che regnava nella casa. A dettare legge era lui, 51 anni, un passato da assicuratore e un matrimonio fallito alle spalle. A denunciarlo è stata la compagna, dopo l’ennesima aggressione domestica, fatta di botte ed umiliazioni. «Non è vero, c’è stata qualche lite ma lei esagera» ha sempre sostenuto lui.

Ieri mattina l’ultimo atto della vicenda giudiziaria: il giudice lo ha condannato a due anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti in famiglia.

Una condanna dura, esemplare, forse anche perché nel suo passato c’erano precedenti dello stesso tipo. Ma per l’uomo non è finita, e si profila l’ipotesi del carcere: a breve dovrebbe maturare anche la querela, sempre fatta dalla ex convivente, relativa ai presunti maltrattamenti e alle botte al figlio, che ha soltanto sei anni.

Lunga la sfilata delle testimonianze che in tribunale hanno preceduto la sentenza di condanna. A partire da quella della ex convivente, vittima delle violenze, una donna di 48 anni, anche lei divorziata. nel suo racconto non solo le aggressioni fisiche ma anche una forma di tirannia psicologica fondata sulla denigrazione. «Sei una puttana, una poco di buono, una demente» sono alcune delle offese rivolte alla donna che lei stessa ha riferito in aula.

Gli episodi di violenza fisica provati, con tanto di referto ospedaliero, sono un paio, tutti avvenuti alla fine del 2011.

In entrambi i casi la donna aveva riportato contusioni al rachide cervicale ed ecchimosi al collo dovute alla stretta esercitata dal compagno. Ed era stata dimessa dal pronto soccorso con quindici giorni di prognosi. «No, non l’ho mai visto picchiare mia madre» ha riferito la figlia della donna, frutto del precedente matrimonio. Così come altri della cerchia del vicinato e delle conoscenze: nessuno ha mai assistito alle violenze.

Tra i testimoni sentiti in aula anche una collega di lavoro della vittima. «Una volta è arrivata al lavoro con un foulard al collo» ha raccontato ieri davanti al magistrato. Un espediente, era risultato chiaro a tutti, per coprire i lividi delle botte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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