La Berlino del '36 di Federico Buffa affascina il Sociale

Lunghe code per assistere allo spettacolo dedicato all’Olimpiade di Hitler. È la storia del capovillaggio, suicida alla fine dei giochi per le origini ebree

MANTOVA. Lo chiamano L’Avvocato ma nessuno si sogna di contraddirli per “lesa maestà”. Aldo Grasso, che, a parte lo smodato tifo per il Torino, di tivù se n’intende, lo definisce un «fenomenale storyteller». Persino Michel Platini si è alzato in piedi per ringraziarlo quando al premio Liedholm 2013 riuscì a ricordargli momenti della vita che nemmeno lui, presidente Uefa, ricordava più.

In un Teatro Sociale gremito di appassionati non solo dell’evento sportivo ma anche e soprattutto delle sue doti di affabulatore, Federico Buffa ha presentato Le Olimpiadi del 1936, lo spettacolo che porterà in giro da fine mese in 52 teatri italiani.

Mantova ha risposto in modo persino sorprendente all’evento, con una presenza quasi da record per il “Massimo” cittadino. Una coda lunga oltre cinquanta metri ha caratterizzato fin da un’ora prima dell’inizio lo spazio antistante il teatro. Sportivi, amanti dei libri o semplici curiosi di uno dei personaggi “di culto” del mondo della televisione. Un’attesa quasi spasmodica, che non ha mancato di mettere in difficoltà anche i volontari e il personale di servizio. Logico un piccolo ritardo: accolto da un applauso degno delle grandi star, Federico Buffa sale sul palco alle 21.15. Scenografia scarna, qualche sedia da bar, un vecchio attaccapanni e un pianoforte. La magia comincia con un tono quasi dolente nel raccontare la Berlino della guerra, dilaniata come l’anima di Wolfgang, il protagonista del racconto.

IL VIDEO: alcuni passaggi dello spettacolo

Festivaletteratura, Federico Buffa ha incantato il sociale con le sue Olimpiadi del '36

Buffa non si definisce un artista (pur se nelle due ore ha mostrato di saperlo essere a 360 gradi); quando gli chiedi come fa con la sua voce, sicura sì, ma a tratti anche autunnale, dolce e nostalgica, a farti sentire l’atmosfera di un salto, di una corsa o di un gol, a farti assaporare i colori di storie tramandate, ad accarezzare con lo sguardo luoghi lontani come fossero i tuoi di sempre lui ti fa restare a bocc’aperta perché non si erge a divo e si limita a dire che si sente «lusingato nel parlare a tante persone curiose di conoscere».

Federico Buffa forse arrossirà a sentirselo dire, ma non si è ruffiani ad ammirarne la cultura oceanica e lo stile, l’educazione e il rispetto congeniti. Non urla né promette, non dice parolacce né fa lo showman eppure la gente (tanta) lo segue ammaliata, rapita. La sua magia è semplice ed immediata perché nemmeno lui te la vuol vendere ma sei tu a gustarla e afferrarla d’istinto perché ti fa sentire un milord che prova a dissetarsi alla fonte dei suoi racconti ed ogni volta i tratti del tuo viso sono gli stessi, estatici, di Tim Roth quando suona Playing Love in La leggenda del pianista sull’Oceano.

«Questo spettacolo nulla ha a che vedere con i racconti sul calcio che ho proposto con Sky - sottolinea - interpreto Wolfgang Furstner (e mentre lo pronuncia ti suggerisce uno spelling inatteso quanto gradito), il capo del villaggio Olimpico che si uccise due giorni dopo la fine delle gare per le accuse naziste sulle sue origini ebraiche. Ripercorro un sogno di vent’anni dopo, quando immagino che Furstner riveda persone a lui care. Ci sono alcune digressioni riguardanti anche un personaggio ispirato a Walter Frentz, il cineoperatore di Leni Riefenstahl, la leggendaria autrice del film Olimpia. Raccontiamo i cinque trionfi più belli, emblemi di quei giorni terribili: i quattro di Jesse Owens e quello di Sohn Kee Chung, coreano costretto a rinnegare le sue origini per correre per l’odiato Giappone con un cognome rifatto. La nostra è anche la storia di questi due atleti, che racconto assieme alla cantante Cecilia Gragnani, al fisarmonicista Nadio Marenco e al pianista Alessandro Nidi. La regia è di Emilio Russo, che con Caterina Spadaro ne ha curato l’allestimento».

Cecilia è in rosso e canta subito come Marlene, Lola da L’Angelo Azzurro. Buffa in nero, come il colore di quel cielo di Berlino 1936. Di altro dal nero ha solo il grigio dei capelli. Marenco e Nidi, invece, sono vestiti all’americana, con bretelle rosse. Alle spalle del grande affabulatore scorrono i filmati di Olympia, e lui disseziona l’epoca con la ricchezza di particolari che chi lo conosce ha imparato ad adorare. Alla fine è un’esplosione di applausi.

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