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Svetlana Alexievich mette in guardia il mondo da Putin: rischio fascismo

Nell'incontro sull'Homo Sovieticus ha raccontato le difficoltà che si incontrano ancora oggi in Russia nel porre domande scomode alla popolazione

Maria Antonietta Filippini
2 minuti di lettura

MANTOVA. Homo Sovieticus: come vivono i russi la memoria dell’impero sovietico? Perché il comunismo prese piede nel 1917 proprio in Russia e come potè durare tanto a lungo? Ne ha parlato in Santa Barbara Gian Piero Piretto con Svetlana Alexievich, di padre bielorusso e madre ucraina, che proprio per capire ha viaggiato a lungo in Russia, nel nord e nei paesini, interrogando la gente. Ma le risposte a volte sono state stizzite. Come potevate credere di vivere nel paese più felice del mondo mentre ogni notte vedevate portare via amici e parenti che non tornavano più? “Con domande del genere – le obiettò un anziano – un tempo sarebbe finita a ingrassare i vermi”.

In Russia nessuno ha voglia di parlare del passato, racconta Svetlana, c’è stato soltanto il periodo della Perestroika durante il quale la gente si incontrava, e diceva anche la verità, poi tutto si è richiuso. Lo stesso Putin, che annuncia “un nuovo impero russo, che deve difendersi dai nemici”, è come se lo avesse creato lo stesso popolo russo.

“Probabilmente sono le condizioni estreme in cui si vive che portano a una scelta, buono o cattivo”.  Certo oggi chi critica e mette in discussione i miliardari russi rischia la vita. Dal pubblico, una donna, di nome Anna, ha ricordato quando Anna Politkovskaja venne al Festivaletteratura. “Fu un incontro bellissimo, una donna meravigliosa. Le chiesi l’autografo e mi scrisse belle parole. Un anno dopo fu assassinata. Fu terribile”. Svetlana le ha risposto che purtroppo sono moltissimi i giornalisti coraggiosi che spariscono e di cui non si sa più nulla.

Il rischio, secondo la scrittrice, è che si prepari un nuovo fascismo con Putin, e che l’Europa non reagisca come non lo fece con Hitler.

Per i russi però è ancora impossibile pensare di accostare i due dittatori. Il lavoro della memoria non è stato fatto, o subito interrotto, oggi viene vissuto come un tradimento. Persino gli arresti, crudeli, dolorosi, spesso sbagliati, “erano necessari”. Così le ha detto uno degli intervistati dei suoi 5 libri che hanno ricostruito l’Urss, dall’inizio alla sua dissoluzione. L'ultimo è “Tempo di seconda mano”, cioè di cose già viste che ritornano, come se il passato non avesse nulla da insegnare. “Quell’uomo mi disse che da bambino – ha ricordato Svetlana – amava alla follia la sua zia Olia, bellissima, che cantava molto bene. Poi al tempo della Perestroika, la madre gli disse che proprio Olia aveva denunciato il fratello, che fu portano in un lager dove morì”. Eppure, continua Svetlana, “quel nipote aggiunse di essere andato a trovare Olia quando era alla fine della sua vita e di averle chiesto quale fosse stato il periodo più bello della sua vita. Il 1937. Lui le ricordò che era l’anno in cui aveva denunciato il fratello. Lei rispose: trovala tu nel 1937 una persona onesta”.
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