La mafia spiegata a scuola: anticorpi per gli studenti

La carovana arriva a Mantova. Adesione massiccia delle superiori e di una media per l’evento all’Isabella d’Este. Dal vigile-cronista cacciato allo shock delle ’ndrine in città: lo stupore dei ragazzi

MANTOVA. Un vigile giornalista licenziato dal Comune con l’accusa di pubblicare notizie riservate. Scomode: questo sarebbe il termine corretto. Donato Ungaro, cronista dal fiuto fine, parlava di ’ndrangheta nella placida pianura a cavallo tra Reggio e Mantova quando questa parola, al Nord, sapeva di coppola, lupara e caciocavallo. Immagini lontane. E l’ha pagata cara. La Corte di Cassazione, dopo 12 anni, gli ha dato ragione: quel licenziamento fu illegittimo. Ma è passato tanto tempo, in cui Donato ha dovuto rifarsi una vita: l’unico lavoro che ha trovato è stato come autista di bus a Bologna. Otto ore al giorno al volante in mezzo al traffico, prima che la sciatica lo costringesse ad un loavoro d’ufficio.

Ascoltano la sua storia in silenzio, i ragazzi stipati nel’aula magna dell’Isabella d’Este. I telefonini stanno in tasca, per una volta, e quelli delle prime file prendono pure appunti. Hanno dovuto organizzare la mattinata su due turni, gli organizzatori della Carovana Antimafia che ha fatto tappa a Mantova, tanto numerose sono state le adesioni delle classi: dell’Isabella d’Este, del Mantegna, del liceo artistico e delle medie di Quistello. “Le periferie al centro”: questo il tema della manifestazione che sta toccando tante città italiane.

Un’ora e mezzo per spiegare, con le testimonianze di Ungaro, appunto, di Rossella Canadè, giornalista della Gazzetta di Mantova, di Valeria Schiavi, reduce dal giro della Carovana in Francia, di Michela Russo, referente della Cisl scuola, di Massimiliano De Conca, di Flc Cgil, di Maria Regina Brun, insegnante, rappresentante di Libera, e di Veronica Giatti, di Arci Mantova. La mafia,la ndrangheta, nello specifico, si è radicata anche al Nord, con radici già molte salde in un terreno dove gli anticorpi sono ormai un ricordo. Una frasetta fatta per concedersi di non vedere quello che sta accadendo. A raccontarlo ai ragazzi, prima ancora delle parole dei due giornalisti, è la proiezione di uno stralcio di un servizio di Presa diretta a Lonate Pozzolo, comune del Varesotto regno delle cosche calabresi. I ragazzi sono basiti: al bar i cronisti vengono scacciati in malo modo: «Andate via, state rompendo le palle. Un clima senza west e senza far, in una terra molto vicina a noi.

«Quando sulla Gazzetta abbiamo cominciato a parlare di ndrangheta a Mantova, abbiamo dovuto abbattere un muro di indifferenza. Se non addirittura di compatimento» ha raccontato Rossella Canadè, ancora sotto indagine con il direttore e altri due colleghi con l’accusa di violazione del segreto istruttorio per aver pubblicato alcuni atti dell’inchiesta giudiziaria Pesci della Procura antimafia di Brescia, che ha coinvolto, oltre a diversi imprenditori, anche l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano. «I segnali c’erano tutti, come gli incendi alle auto, tipico atto usato dai mafiosi per intimorire o vendicarsi di uno sgarro. Ma trovare un filo rosso non è stato facile».

Fino all’anno scorso, quando è caduta la giunta di Viadana dopo la vicenda dell’assessore indicato come uno dei partecipanti ad una cena di mafiosi. «Le responsabilità penali verranno accertate dalla magistratura, ma quello che è certo è che il boss si vantò con un compare, dicendo “Viadana ormai è nostra”. Affermazione più che inquietante».

Se nel Mantovano è la ndrangheta, tra le cosche, a dettar legge, il terreno si è dimostrato fertile anche per i camorristi.

Lo ha raccontato Maria Regina Brun, che a Castel d’Ario ne ha patito gli effetti sia come sindaco che come cittadina. «Il paese qualche anno fa era stato scelto come nuova casa da Raffaele Iovane, un personaggio legato a doppio filo e in rotta di collisione con il clan camorrista dei Gallo-Limelli-Vangone. Un buen retiro suggerito dall'amico e compaesano Tommaso Vitaglione che nel mantovano viveva a coltivava amicizie da anni»

Vitaglione gli racconta di un paesino tranquillo e forse un po' sonnolento, dove, secondo lui, sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine non è impossibile, «hai capito in quella caserma a Castel d'Ario ci sono tre carabinieri, mezza macchina che fonde sempre il motore, dice che non ti vengono a controllare, è un macello».

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