Palazzo Cavriani va all'asta per 10 milioni

Viaggio nelle meraviglie dell'edificio macchiate da anni di degrado Affreschi di Bazzani e sfarzo. Ma anche un patrimonio depredato dai ladri

MANTOVA. Controllate bene nelle tasche di tutti i pantaloni, nella borsetta della signora e nel porcellino ricco di monetine: se vi avanzano due spiccioli - bastano 10 milioni 824mila euro - l’affare è di sicuro prestigio e promette grande godibilità nel medio-lungo periodo. Va all’asta il prossimo 25 novembre palazzo Cavriani: dodicimila metri quadrati - con annesso giardino sull’altro lato di via Trento - di storia, arte, splendore, sfarzo.

Tre gli ostacoli prima di diventare gli eredi ufficiali della famiglia di marchesi che abitò il palazzo per sette secoli: detto dell’esigenza di reperire quelle quattro monetine, bisogna battere tutti all’asta (ma finora le manifestazioni di interesse non si sono moltiplicate) e infine rimboccarsi le maniche per dare una bella sistemata. Perché dentro, dopo anni di abbandono e furti, c’è parecchio da fare. Inoltrarsi nell’edificio di origine duecentesca - ma l’aspetto attuale è figlio del grande rifacimento firmato nel ’700 dall’architetto bolognese Alfonso Torreggiani, lo stesso dell’allora palazzo degli studi gesuitico, l’attuale liceo ginnaso Virgilio - scatena emozioni diverse.

La meraviglia per la bellezza incrocia il fastidio per il tesoro depredato e la curiosità per un tour tra stanze, cunicoli e spazi inimmaginati fa a pugni con il rammarico per lo stato di abbandono. Hanno rubato di tutto, in questi anni in cui del palazzo non è interessato a nessuno: via i marmi anche dai camini, via dipinti in serie, via cavi di rame, via tutto il mobilio, via addirittura campane e orologio dalla torre che domina il complesso. Parrebbero essere rimasti solo lo scheletro, pur eccezionale, e tutto quanto è classificabile alla categoria rifiuti: guano, erbacce, pezzi di mobili. E invece no.
Passo dopo passo, nel nostro viaggio dentro palazzo Cavriani, abbiamo trovato tesori inestimabili che resistono all’incuria: affreschi del Bazzani e di Andrea da Schivenoglia, una cappella interna con la sua cupola, statue, saloni splendidi. È il bello che non si arrende, benché qualche domanda su quale sia il ruolo degli enti di controllo non può non sorgere. Il capitolo delle consolazioni va completato con la pagina forse più importante: c’è ancora tempo, perché la struttura portante ha retto. Certo, in alcuni casi prima di fare un passo in più si tentenna. Ma la sostanza è che chi volesse comprare avrebbe sì molto da impegnarsi (e sotto i vincoli della Sovrintendenza), ma non tutto da rifare. Possibili acquirenti? E per far cosa? Gli appartamenti di lusso sarebbero la soluzione naturale, che però rischia di avere poco mercato a Mantova.

ALL’ORIGINE DELLO SCEMPIO. La famiglia Cavriani è uno dei più antichi ceppi nobiliari della città, risalente almeno al tempo dei Bonacolsi: è documentata dal 1257 e poi ha avuto esponenti tra vescovi e diplomatici, fino al marchesato che i Gonzaga concessero a Ferdinando nel 1638. Il palazzo risale al 1200, ma tra il 1736 e il 1756 fu abbattuto e ricostruito. L’ultima inquilina di sangue blu fu Aliana Cavriani, che ci abitò fino alla morte, nel 2004 a 96 anni. Ma a quel tempo, pur mantenendo il diritto di risiedervi, aveva già venduto da 16 anni a Carlo Rinaldini, imprenditore mantovano che aveva rilevato anche Richard Ginori. Rinaldini usava saltuariamente il palazzo e aveva affittato alcuni degli appartamenti. Poi, complice anche la sua prematura scomparsa, il lento declino fino a che - e siamo alla storia recente - la società proprietaria (la Messico e Nuvole srl degli eredi di Rinaldini) ha subito il pignoramento. Nel frattempo però palazzo Cavriani è diventato terreno di conquista per ladri di vario genere (dal furtarello di rame a quello d’arte per cui servono conoscenze adeguate) e per i piccioni. Sfascio.
PIANO TERRA E SOTTERRANEI. Varcato il portone sul lato destro di via Trento (fino a qualche decennio fa, quando la strada non esisteva, il cortile si estendeva fino al giardino che sta di fronte) e superati la guardiola del custode, si apre l’ampio cortile a pianta quadrata (425 metri quadrati). Comanda l’erbaccia, appena domata dagli ufficiali giudiziari. Tutto attorno si affacciano le grandi finestre ammaccate e rotte su tutti i tre piani. Di fronte, prima meraviglia sprecata: torre dell’orologio in cima ma senza lancette e campana, perché si sono rubati pure quelle. Mancano all’appello anche le statue della balaustra. Ma l’atmosfera - sensazione personale - non riesce ad essere spettrale, non vien voglia di scappare quanto piuttosto di aggiustare (però c’è sempre quel problema di spiccioli). Totale del piano terra: 2.529 metri. Poco meno di duemila nel grande piano interrato: cantine malmesse ma, in potenza, una cittadina punteggiata dalle bocche di lupo affacciate su via Trento, vicolo delle Cappuccine e via Cavriani.
IL PIANO NOBILE. È al primo piano che vivevano i marchesi, fino ad Aliana. Sono quasi 2.300 metri di meraviglia: soffitti voltati, pareti decorate, tappezzate o affrescate, pavimenti in marmo (questo non si può rubare), serramenti in legno laccato. Abitano qui opere di Bazzani e Schivenoglia. Lo sfarzo si respira ancora tutto, anche se capita di andare a sbattere in saloni zeppi di guano e piccioni. Ma con un passo in più si ripiomba nella meraviglia: è la cappella gentilizia, tutta interna all’appartamento, che i Cavriani si erano riservati. Spariti i dipinti appesi alle pareti, resta una cupola incantevole con il suo finto matroneo. Al centro, appoggiato all’altare, un altro pezzo di storia: su una lastra di marmo è inciso che «In questa cappella il 4 novembre 1885 Sua Eccellenza monsignor Giuseppe Sarto (il futuro papa Pio X, ndr) vescovo di Mantova celebrò le nozze di corona dei marchesi Cavriani col conte Gigli Cervi».
ALTRI PIANI E SOTTOTETTO. Anche i piani originariamente adibiti alla servitù pagano dazio all’abbandono. Di nuovo, un po’ per via dei ladri (mancano ad esempio pezzi delle decorazioni del soffitto a cassettoni) e molto per colpa del degrado. Per salire fino alla balconata della torre dell’orologio, ad esempio, bisogna vincere il dubbio che sorge prima di arrampicarsi su una scala in legno che pare molto poco robusta. Superata l’incertezza, affaccio incantevole sul cortile e sulle altre tre pareti: compendio della meraviglia lasciata agonizzare. Attenzione quassù anche perché senza manutenzione la pioggia rischia di mangiarsi le coperture in legno.

IL GIARDINO
Duemila metri quadrati appena ripuliti: è il parco all’altro lato di via Trento. Qui non ci sono edifici in pericolo, ma non è neppure solo una questione di verde.

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