Uno spot lungo sei mesi: "Ma la vera Expo inizia ora"

Il bilancio dell'esposizione per l'agroalimentare mantovano: "Pochi affari ma molti contatti: adesso facciamoli fruttare"

MANTOVA. E ora cosa resterà di Expo tra le mani della piccola Mantova, tornata capitale della cultura senza mai aver smesso di essere ombelico dell’agroalimentare? La materia è economica, ma gli amanti delle cifre devono rassegnarsi: il fatturato figlio dell’esposizione universale non si misura. Almeno non ora. Nei padiglioni di Rho non si esponevano prezzi, né si trattava o si firmavano contratti: si andava in vetrina, perché Expo per le aziende è stata un gigantesco spot interattivo, con 21 milioni di persone (sei e mezzo dall’estero) calate nella periferia milanese per assistervi. Inevitabile che una pubblicità di queste dimensioni sia destinata a garantire un ritorno, ma misurarlo è materia da studi di lungo periodo. È verosimile che chi ha scoperto il melone, il Grana o il Lambrusco lungo il Cardo o in qualche evento tornerà a cercarlo per la sua cena in casa, per il proprio ristorante o per la propria azienda da grossista. Sullo sfondo, per tutti, l’idea di efficienza che si respirava tra i padiglioni che promette una volta tanto di dare una spolverata all’immagine dell’Italia nel mondo. Expo dice che qui c’è qualcosa d’altro, al di là della corruzione. Si coltiva, si mangia, si organizza un evento planetario che viaggia a dovere.


«Expo è servita a far conoscere il made in Italy - dice Paolo Carra, presidente Coldiretti - e il nostro Paese ha dato una grande prova di capacità di organizzazione. Se ci fosse stato meno pessimismo all’inizio avremmo anche fatto meglio. È stata una straordinaria chance di visibilità della quale iniziamo a vedere già qualche frutto con contatti per le nostre aziende, ad esempio per il Consorzio Virgilio (Carra ne è presidente, ndr). Ma siamo solo all’inizio: l’eredità di Expo va messa a frutto da oggi, coltivando i contatti allacciati. Finora abbiamo seminato». La metafora agricola esprime lo stesso concetto caro a Mario Lanzi, direttore della Cia, che parla di «necessità di capitalizzare come sistema il lascito di Expo, andando a prendere il valore aggiunto creatosi».


Qualcuno il valore aggiunto in realtà lo vede già, anche se, come si diceva, non c’è modo di misurarlo con precisione: «Nel 2015 l’export per noi è aumentato cresciuto del 10%: è vero che siamo in crescita da tempo, ma non si può pensare che l’Expo non abbia inciso - riflette Stefano Berni, direttore del Consorzio del Grana Padano - abbiamo allacciato contatti con compratori esteri e ci aspettiamo risultati positivi. Noi nell’esposizione abbiamo creduto da subito sistemandoci in sette location diverse. Siamo stati partecipi di un successo planetario. C’erano tanti gufi e sono stati smentiti».


La citazione renziana non scalderà il cuore dell’assessore leghista Gianni Fava, che però esalta il semestre: «Il nostro padiglione è andato benissimo, come dimostreranno i dati che pubblicheremo a breve. Non era una fiera campionaria e non ci sono contratti siglati, ma Mantova esce dall’Expo con un credito fortissimo da spendere sui mercati. Un credito che non si realizza nemmeno con mille fiere. Certo, il beneficio lo trarranno soprattutto i prodotti trasformati e non le materie prime, ma questo dipende da uno squilibrio nella remunerazione lungo la filiera che ha altre cause. Sia chiaro però che Expo ora deve continuare con il lavoro di tutto il sistema agroalimentare».


Magari guardando anche all’orto del vicino: «Il confronto con altri modelli è stato molto stimolante – aggiunge ancora Carra – il messaggio che emerge è che il nostro sistema è molto avanzato ma non può stare fermo, perché gli sfidanti sul mercato globale sono tanti. Bastava andare al padiglione polacco per scoprire un paese primatista nella produzione di mele e che vuole diventare leader nella carne e nel latte».

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