E in biblioteca le parole su Parigi di una mamma alla sua bimba più efficaci di mille talk show

La biblioteca comunale di Trento

Tanti ragazzi mantovani ogni settimana "emigrano" per poter studiare all'università. Tre di loro, in tre città diverse, ci raccontano la vita da fuorisede in questa rubrica-blog. Elisa studia Lettere a Trento

TRENTO. Quanto tempo che perdo quando studio a casa. Direte, e quindi? Vai in biblioteca. E’ proprio quello che faccio, per mia fortuna abito a 70 metri da quella centrale dell’università. Lunedì mi sveglio, faccio la spesa e alle 10 vado a lezione; finita la lezione passo per la biblioteca, cercando un posto.

Tutto pieno. Ok, posso fare qualche minuto a piedi in più e vado in comunale, salgo le scale e cerco un posto nelle aule studio.

Niente.

Così, decido di sedermi nell’area comune, in quel momento per niente affollata, provo ad aspettare un po’ per vedere se qualche posto si libera - la gente di solito a quest’ora va a pranzo e lascia liberi i posti. Apro un libro nel frattempo.

Dopo poco arrivano una mamma con una bambina, che scopro chiamarsi Camilla. Io di bambini me ne intendo meno di zero, ma credo che quella avesse sette, forse otto anni. Sbuffo dentro di me perché mamma e figlia iniziano a parlare a tono medio alto e la vocina acuta della bambina non mi è indifferente.

"Mamma ma cosa dice quel giornale che leggi?"

"Cami, parla di una cosa brutta brutta, che è successa a Parigi qualche giorno fa: alcuni uomini hanno ucciso tanti uomini; sai dove è Parigi?"

"L’ho già sentito ma non mi ricordo bene. E’ la città degli Aristogatti?  Ma come hanno fatto ad ucciderli? Era gente cattiva!"

"Parigi è la capitale della Francia, come è Roma per l’Italia, e sì, è la città del cartone. Con delle bombe e delle pistole grosse, quelli cattivi hanno ucciso tanta gente buona. Gente buona come possiamo essere noi o i tuoi amici o i nonni".

"Ma mamma, arrivano i cattivi pure qui?"

"Cami, non preoccuparti, io penso di no, ma non possiamo essere sicuri di niente".

"Adesso hanno messo in prigione quelli che hanno fatto queste cose?"

"Alcuni sono morti, ora la polizia sta cercando di prendere quelli che sono riusciti a fuggire".

"Ma mamma, come mai uccidono? Non si deve uccidere nemmeno l’uomo più cattivo della terra, sapevo!"

Uccidono perché non sono musulmane, Cami".

"Cosa vuol dire mululmm…quella parola che hai detto?"

Sorrido con gli occhi alla mamma.

"Vuol dire che invece di dire le preghierine a Gesù bambino, loro le dicono ad Allah".

"Allah quindi è come dire Dio".

"Come dire Dio nella loro lingua, la lingua araba. Loro pensano che Dio gli abbia detto di uccidere, invece non è così. Non hanno imparato a leggere bene il loro testo sacro, il Corano".

"Il Corano?"

"Sì. E’ un libro come la Bibbia, dove ci sono tutte le leggi che devono seguire i credenti, però alcune persone prendono in considerazione solo alcuni capitoli, senza leggere tutto.  Leggendo male hanno capito che è sbagliato chiamare Dio in un modo diverso. E’ come se tu leggessi una fiaba a metà – non capiresti bene tutto, o no?"

"Si, beh dipende: le storie da bambini più piccoli di me si sanno già come vanno a finire… ma io posso leggere la Bibbia con te così mi spieghi le regoline nel modo giusto?"

La mamma ride e appoggia il quotidiano.

"Certo Cami, ora però scegliamo il libro e usciamo. Vuoi che cerchiamo una Bibbia per bambini?"

Volevo dirvi che mi sono un po’ emozionata. Anche se dopo un weekend con tutte le questioni di cronaca, la gente che ne parlava ovunque - in università, in famiglia, su Twitter, le foto di Instagram, mi sarebbe piaciuto iniziare la settimana con un po’ di tranquillità, di silenzio; ma alt, silenzio non per dimenticare quello che è successo, ma per non elevarlo a grado maggiore di altri attentati che ci sono stati, attentati perfettamente uguali. Stiamo dimostrando molta empatia verso i francesi, ma le vittime russe dell’aereo precipitato? L’attentato a Beirut 24 ore prima di Parigi? Smetto l’elenco ma …qual è la linea di confine dell’empatia?

E’ una legge cinica: un lettore medio si mette più nei panni dell’europeo di Parigi che nei panni dell’abitante del quartiere sciita di Beirut. Perché? Non dico che sia ipocrisia, penso sia solo un modo per scacciare la paura: voglio dire, Parigi, un’ora di aereo! Probabilmente più di un terzo delle persone che conosciamo ci sono state almeno una volta. Chi muore vicino a noi fa più rumore di chi muore lontano dai nostri luoghi – luoghi in senso affettivo. Ci ricorda la nostra morte ed evidenzia la nostra umana paura di morire.

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Elisa Boccanera, ventiduenne divisa tra Mantova, città natale, e Trento, città nella quale frequenta l'università. E' iscritta al corso di “Studi storici e filologico-letterari” con carriera di Lettere moderne. Ama l’arte in ogni suo genere: letteratura, cucina, pittura e natura.

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