Condanne a una vita peggiore

È arrivata in settimana la sentenza sul delitto di Magnacavallo. La giustizia è stata veloce: in meno di un anno il caso è stato chiuso. Condannati tre amici appena maggiorenni: due a 30 anni, mentre il nipote della vittima a 17 anni. La Gazzetta ha chiesto allo psicologo del carcere di Mantova, Massimo Iannucci, un commento per riflettere, insieme a voi, sul destino di questi ragazzi e delle loro famiglie. La sua analisi (disponibile anche sul nostro sito) è lucida: il carcere con i suoi problemi di sovraffollamento, la carenza di risorse e di strutture, non risponde alla domanda di rieducazione.

Lecito dunque nutrire dubbi: i tre amici, che hanno ucciso un uomo a colpi di mazza, usciranno migliori rispetto a quando sono entrati? Di certo saranno invecchiati, forse incattiviti per una vita buttata, la loro, dopo averne cancellata senza motivo un’altra: quella della vittima. La loro azione è stata orribile e imperdonabile, non merita compassione. Altrettanto lecito però, con un calcolo cinico, chiedersi cosa ci guadagna la repubblica italiana nel tenere rinchiusi a far nulla tre ragazzi che potrebbero essere impiegati altrove, in lavori socialmente utili. Pene alternative, che prevedono una restrizione della libertà, ma oltre le sbarre, con la possibilità di continuare gli studi e imparare una professione.

Il problema non sarà in cima all’agenda del governo, ma provate a fare la somma di tutti i detenuti italiani: il totale è un esercito di reclusi senza volto e senza voce, la divisa è una tuta da ginnastica, il cielo a scacchi. Molti di loro sono pericolosi, altri no. Può capitare a un giornalista di entrare in carcere, senza manette ai polsi s’intende, magari per consegnare un premio letterario a un detenuto. Una mattinata interminabile, un senso di claustrofobia, un odore di caserma che riporta alla mente i tempi del servizio militare, dovuto all’alta concentrazione di essere umani.

Si notava una grande soddisfazione negli occhi dei finalisti del concorso organizzato dalla San Vincenzo de Paoli (intitolato “Ce l’hai una famiglia?”) che hanno avuto l’occasione di esprimere un pensiero, scrivere un romanzo o una poesia. Vinse il primo premio Gianluca Migliaccio, un giovane di Scampia, quartiere malfamato di Napoli per lo spaccio di droga e la camorra, rinchiuso ad Ascoli Piceno. Solo il fatto di uscire per raggiungere Mantova nel furgone della Polizia penitenziaria l’aveva riempito di gioia. Indossava un giubbino di jeans sdrucito, passato di moda, la pelle scura.

Il racconto ruotava intorno alla sua figura di padre che ha perso il figlio di un anno per una malformazione cardiaca. “Ciro la notte, viene a trovarmi in sogno e mi racconta della sua fidanzatina e della scuola. Poi scompare. Ho fiducia in lui, non diventerà come me”. Gianluca ha investito il suo tempo in carcere studiando Dante e Virgilio, grazie all’aiuto di un professore. L’attendeva qualche giorno dopo lo spettacolo in una libreria: un monologo sulla Metamorfosi di Kafka, solo sul palco. La sua esperienza, il premio letterario per carcerati, dovrebbero essere esportati. Per ridare una speranza a chi ha sbagliato e anche un ritorno allo stato che investe milioni di euro per mantenere un popolo di disperati a guardare il sole dalla finestra, attaccare poster di calciatori e attrici alle pareti, giocare a carte e guardare partite di calcio in televisione.

C’è un altro tema, tutt’altro che secondario. Il rispetto per i parenti delle vittime che chiedono giustizia. In questi giorni, riflettendo sulla sentenza per il delitto di Magnacavallo, è uscito dagli archivi un precedente del 1994, nella stessa zona. Milena Negri, 22 anni, impiegata di Revere, uccisa in un ufficio a Poggio Rusco da un operaio di Ostiglia, Liborio Cammarata. Quando uscì dal carcere per buona condotta e beneficiando dell’indulto, dopo 16 anni, la Gazzetta intervistò i genitori della ragazza. Il loro dolore era lo stesso d’allora, per nulla mitigato dal tempo. Non l’hanno mai perdonato e nessuno può biasimarli. La tomba di Milena, nel frattempo, è diventata una sorta di santuario, meta di un continuo pellegrinaggio. A ricordarci che nulla potrà restituire un figlio strappato alla vita e ai suoi affetti. Ma anche che ogni uomo o donna resta tale dietro un portone di ferro che si chiude con un tonfo, dopo l’ora d’aria. Il tempo di un respiro.

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