Processo Pesci, Muto ottiene il rito abbreviato

L'imprenditore edile è accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa, a cui, secondo le carte studiate dai pm Paolo Savio e Claudia Moregola, avrebbe fornito appalti e favorito l'infiltrazione nelle società con cui aveva rapporti commerciali, contribuendo all’inserimento dell'associazione criminale nel tessuto socio economico mantovano

MANTOVA. Cinque riti abbreviati, sedici rinvii a giudizio e un patteggiamento. È il bilancio del secondo round dell’udienza preliminare del processo Pesci che vede sotto accusa quella che la Procura antimafia bresciana considera un’associazione criminale dedita a estorsioni con muscoli e minacce manovrata dal clan cutrese dei Grande Aracri. La sorpresa, che martedì 26 gennaio ha lasciato a bocca aperta tutti, è la richiesta di andare a processo immediatamente di Antonio Muto, l’imprenditore 54enne nei guai anche nell’altro filone dell’indagine, quello sulle corruzioni per l’affare Lagocastello, i cui atti sono già stati trasmessi alla procura di Roma. I legali dell’ imprenditore hanno chiesto il rito abbreviato.

Muto è accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa, a cui, secondo le carte studiate dai pm Paolo Savio e Claudia Moregola, avrebbe fornito appalti e favorito l’ infiltrazione nelle società con cui aveva rapporti commerciali, contribuendo all’ inserimento dell’ associazione criminale nel tessuto socio economico mantovano.

Accuse pesanti, che i difensori di Muto, Vanni Barzellotti e Mario De’ Bellis, contano di riuscire a smontare già nel rito abbreviato. Le carte vincenti potrebbero essere le motivazioni del Tribunale del Riesame, dove i giudici concludono che nel comportamento dell’imprenditore non si evidenziano “volontà estorsive, ma piuttosto una condotta tesa alla conciliazione”. Niente testimoni e niente prove aggiuntive, quindi, per l’imprenditore, che anche ieri ha voluto essere presente in aula.

Stessa richiesta è arrivata dai difensori di Francesco Lamanna, "testone" e “labroscio”, 55enne considerato il braccio armato del boss Nicolino per accaparrarsi i cantieri del cremonese; per Alfonso Martino, il "cagnolino" addetto a consegnare i profitti della cosca al nord a Nicolino, per Paolo Signifredi il contabile incaricato di maneggiare e reinvestire i soldi (oggi in procinto di entrare in un programma di protezione per pentiti di mafia dopo le sue recenti testimonianze) e infine per Josè Antonio da Silva, accusato di aver ripulito un assegno sporco per conto di Antonio Rocca e di Deanna Bignardi.

I riti abbreviati si svolgeranno a Brescia in tre udienze già programmate per il 10, il 17 e il 24 marzo. Nella prima parleranno i Pm, poi toccherà ai difensori. Sono stati rinviati a giudizio Antonio Rocca, il muratore di Borgo Virgilio concorrente di Lamanna nel Mantovano, con la compagna Deanna Bignardi, e il figlio Salvatore, Salvatore Muto, Giuseppe Loprete, Vito Floro, Antonio Gualtieri, Danilo ed Ennio Silipo, Alfonso Bonaccio, Rosario e Salvatore Grande Aracri, Gaetano Belfiore e Moreno Nicolis. Andranno alla sbarra al processo che alzerà il sipario a Mantova dal 4 aprile. L’ unico ad essersi già svincolato è Nicola Longobardi, napoletano residente a Cerese, accusato di false fatturazioni. Ha patteggiato 9 mesi e 10 giorni: esclusa per lui l’aggravante di aver agevolato una cosca. io.

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