Quando gli esami si intrecciano con l'attualità: diritto della famiglia e family day

Tanti ragazzi mantovani ogni settimana "emigrano" per poter studiare all'università. Due di loro, in due città diverse, ci raccontano la vita da fuorisede in questa rubrica-blog. Elisa studia Lettere a Trento

TRENTO. Ultimo esame della sessione: “Diritto della famiglia” e pochi giorni fa il “Family Day”.

Durante queste ultime settimane la parola famiglia è riecheggiata parecchio nella mia testa e tra le mie mani.

Più o meno da sempre, credevo che l’atto di manifestare in pubblico avesse l’obiettivo di creare delle pressioni politiche, esercitate in prima persona a partire dalle piazze. Per dirlo in soldoni, pensavo che non si manifestasse contro le mafie ma per la giustizia, o che si manifestasse più per la pace che contro la guerra. Non discuto il diritto di affermare apertamente il proprio parere (o dissenso) - manifesterei a vita per affermare questo diritto -  ma quello che mi sfugge tuttavia è il senso di una manifestazione caldeggiata non per approvare un diritto, proprio o altrui, ma per contestarlo ad altri.

Nominavo prima il mio esame, sì.

Dovete sapere che i Romani – ancora prima dell’affermarsi della religione cattolica – riconoscevano come valido un matrimonio alla semplice affermazione di consenso dei due coniugi. La donna, in un primo momento, non aveva per nulla una capacità giuridica propria. L’adulterio si poteva vendicare solo se la colpevole era la donna: il padre o il marito potevano perfino uccidere i due amanti, per avere disonorato l’honor matrimonii.  In un secondo momento la donna romana conosce diritti che nell’Età Moderna verranno raggiunti solo nel novecento. E l’omosessualità? Non era un problema. E’ interessante notare che non c’erano nemmeno parole equivalenti al nostro “gay” o “lesbica” e già questo può essere indicativo.

Magari arretrati per alcuni aspetti, molto avanti per altri.

Negli scorsi giorni, però, più leggevo e sentivo affermazioni di manifestanti velleitari che negavano un diritto altrui, più mi rendevo conto di vivere in un tempo più lontano di quello che dovrebbe essere un XXI secolo globalizzato e aperto.

L’amore nel 2016 d’altronde non è un sentimento nuovo. La famiglia, nel Rinascimento, invece, era un gran mercato economico. Tac tac, due conti e tutto fatto. Si andava da un tizio, il sensale, il quale aveva un compito di mediazione tra le varie negoziazioni della famiglia. Il coniuge era come una merce e la donna doveva trovare un marito in tempi brevi, per non pesare sulle spalle della famiglia. L’amore? Magari c’era anche, ma l’unione dei coniugi non si fondava certo su questo.

Peccato.

Poi nel 1563 si giunge alla terza fase del Concilio di Trento. Il matrimonio viene definito come sacramento: monogamico, indissolubile e di competenza della Chiesa. Addirittura viene emanato un decreto, il decreto Tametsi, che, tra le altre cose, obbliga l’annunciazione pubblica del matrimonio per 3 giorni consecutivi.

E poi, sintetizzando un po’ perché non voglio annoiarvi, il matrimonio civile viene istituito solo alla fine della Rivoluzione Francese. Con la Costituzione del 1791 il matrimonio è riconosciuto come un contratto civile e i registri passano ai municipi.

Bene. Io posso capire i romani, posso capire i rinascimentali, posso capire la lotta tra cattolici e protestanti, anni e anni fa.

Ora invece non mi spiego perché impedire che uno Stato laico legiferi nella direzione di un allargamento dell’area dei diritti a donne e uomini, nel 2016, dopo anni di arretratezze e oscurità.

Famiglia tradizionale? L’unica cosa che vorrei che rimanesse tradizionale è l’amore che lega le persone. Un Family Day è ogni giorno per ogni coppia che si vuole bene, senza distinzioni di alcun tipo.

L’amore è semplice. 

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Elisa Boccanera, ventiduenne divisa tra Mantova, città natale, e Trento, città nella quale frequenta l'università. E' iscritta al corso di “Studi storici e filologico-letterari” con carriera di Lettere moderne. Ama l’arte in ogni suo genere: letteratura, cucina, pittura e natura.

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