Sk esce allo scoperto e presenta il piano per Versalis. Ma i sindacati dicono no

Il fondo Usa incontra il ministro Guidi: pronti a potenziare gli stabilimenti I chimici di Cgil, Cisl e Uil: deve intervenire subito la Cassa depositi e prestiti

MANTOVA. Il fondo americano interessato all’acquisto della maggioranza di Versalis, la società della chimica dell’Eni, è uscito allo scoperto. Sk Capital si è, infatti, presentato all’incontro promosso dal ministero dello Sviluppo economico dove ha illustrato le finalità del suo sbarco in Italia. A rappresentare il fondo c’erano il presidente Barry Siadat e il managing director Jamshid Keynejad con l’advisor Rothschild scelto per l’operazione. Il numero uno del fondo statunitense ha illustrato direttamente al ministro Federica Guidi  piani per Versalis, che dovrebbe diventare una grande compagnia chimica indipendente e rimanere in Italia. Versalis, con i capitali e il know-how di Sk Capital (101 stabilimenti produttivi in 32 paesi in tutto il mondo) si specializzerebbe in attività ad alto valore aggiunto per allargare il proprio mercato.

Si è anche parlato della quota di Versalis che il fondo è pronto a rilevare dall’Eni: si dice il 70% per un valore di un miliardo 200 milioni di euro. Lo stabilimento di Mantova (980 addetti), secondo i piani statunitensi, dovrebbe vedere il consolidamento della piattaforma integrata e il rinnovo del portafoglio specialities per la produzione di gomme e plastiche. Nei programmi di trasformazione e potenziamento rientrerebbero anche gli altri stabilimenti di Marghera, Ferrara, Ravenna, Brindisi, Priolo, Porto Torres e Sarroch.

I sindacati, però, non si fidano (per loro il fondo è troppo piccolo per sopportare un investimento così ingente). Per questo ieri hanno lanciato l’allarme nel corso dell’assemblea unitaria di tutti i delegati del gruppo Eni a Roma, alla presenza anche di molti esponenti delle Regioni e dei Comuni sedi di stabilimenti.

«L’Italia rischia di perdere un’ importante filiera industriale e l’Eni la sua caratteristica di azienda di sistema dall’estrazione al consumo» hanno detto i segretari generali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, Emilio Miceli, Angelo Colombini e Paolo Pirani. Che hanno avanzato anche una proposta: «La chimica dell’Eni non può essere venduta: rimanga italiana. Intervenga il Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti». Ma è l’intera strategia di Eni a non convincere affatto i sindacati: «Il disegno del gruppo - hanno spiegato i leader sindacali - resta quello prospettato nel 2015: consolidare ed estendere le proprie attività di core business fuori dall’Italia ridimensionando il perimetro delle attività domestiche, a partire dalla dismissione della chimica e di Gela, dalla progressiva riduzione della capacità di raffinazione, alla cessione di Saipem e Gas&Power, veri e propri gioielli dell'industria italiana. In questo modo Eni presenta interamente il conto della caduta del prezzo del greggio solo al proprio Paese». «Avvertiamo - hanno insistito - una sottovalutazione politica, quando non superficialità, dell’impatto delle decisioni Eni sul Paese».

Il patrimonio industriale di Eni «non può essere delegato a soggetti diversi dalla gestione pubblica», soprattutto per gestire la transizione verso la chimica verde. «Tutte buone ragioni per continuare - hanno concluso Miceli, Colombini, Pirani - con la mobilitazione: per questo abbiamo proclamato un nuovo sciopero generale di 8 ore in tutto il gruppo Eni per il 19 febbraio con manifestazione nazionale a Roma, dalle 10, in piazza Santissimi Apostoli. Il divorzio dell’Eni dalla politica industriale del nostro Paese è inaccettabile». I sindacati hanno anche chiesto un incontro urgente con il premier Renzi e con la Guidi. (Sa.Mor.)

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