"Bambini in fuga dalla Siria per conquistare un futuro", le parole del 35enne mantovano Valenza

Il racconto di Matteo, cooperante al lavoro con l’Unicef in Giordania. «Un’intera generazione rischia di perdersi a causa della guerra voluta da altri»

MANTOVA. “No, non preoccuparti per me, io ho già studiato, non sono un ragazzino” mi dice Ibrahim, siriano, dodici anni, rifugiato proveniente da Dara’a, nel Sud della Siria. “La scuola è in quel tendone, vieni, ti faccio vedere. Io non ci vado più, ho già studiato, adesso lavoro coi miei fratelli”. Ho conosciuto Ibrahim qualche mese fa, durante una breve missione negli accampamenti informali di Mafraq, nel nord est della Giordania, dove ho visitato vari centri allestiti dall’Unicef per aiutare comunità di rifugiati siriani a dare un minimo di istruzione e assistenza psico-sociale ai bambini della comunità. Una Ong locale insegna arabo e matematica a una quindicina di bambini che vivono nell’accampamento. Mi fanno vedere i disegni dei bambini. Non mancano immagini di case distrutte o ritratti di familiari feriti.

Intanto ad Amman, alle riunioni tra le organizzazioni internazionali e le ambasciate dei paesi donatori, l’espressione che ricorre più frequentemente è “no lost generation” (evitiamo la perdita di una generazione), mentre si cercano fondi per evitare che un’intera generazione di siriani “si perda” a causa della guerra. Purtroppo per una parte di quei bambini, come Ibrahim, è già troppo tardi. Le flebili speranze di un reintegro nel sistema educativo a conflitto terminato sono accompagnate dalla consapevolezza che molte cicatrici rimarranno a vita.

La guerra in Siria dura dal 2011. Oggi in Giordania ci sono più di due milioni di rifugiati tra siriani, palestinesi e iracheni, a fronte di meno di 7 milioni di giordani. Quasi il 30% della popolazione è costituito da stranieri, oltre il 10% sono rifugiati siriani. Gli oltre 300.000 bambini siriani che vivono fuori dai campi rifugiati in Giordania hanno bisogno di scuole, di ospedali, di sostegno psicologico, di campi da calcio, di luoghi sicuri dove passare il loro tempo libero. Le stime di Unicef individuano oltre 100.000 bambini che non hanno accesso al sistema educativo giordano. Di questi, Unicef oggi ne riesce a raggiungere circa 25.000 con classi di recupero in strutture di vario tipo, tra cui scuole-tenda negli insediamenti informali, scuole attrezzate in Ong locali, o scuole-container nei campi rifugiati. Gli altri rischiano di entrare a far parte della “lost generation”: nonostante i finanziamenti, il sistema degli aiuti internazionali non è sempre preparato a soddisfare bisogni primari su larga scala, specialmente nel medio termine.

A partire dagli anni Novanta, le guerre nella regione sono state dipinte come più o meno giustificate dalla presenza di un dittatore inviso o da un casus belli amplificato come particolarmente disumano dai nostri media venduti. Il risultato di queste guerre è tutto nell’adolescenza mai vissuta da Ibrahim, nei ritratti insanguinati disegnati dai bambini, nei silenzi di chi si è rifugiato nell’autismo per i traumi vissuti.

Il caso dell’Iraq è l’esempio più lampante. Le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam non sono mai state trovate, ma la distruzione di massa del tessuto sociale iracheno, è una realtà conclamata. Oltre ai siriani, infatti, oggi in Giordania ci sono anche 20.000 bambini iracheni, figli di profughi fuggiti da un Paese ormai dilaniato. Il mese scorso ho visitato una Ong nell’est di Amman, la zona più povera della città.

“Molti bambini iracheni hanno vissuto traumi fortissimi e non riescono a concentrarsi nelle classi di recupero – mi dice la direttrice del centro – siamo a corto di psicologi e personale specializzato, a volte non sappiamo come trattare questi casi”.

E se uno di questi bambini tra un paio d’anni tentasse la fortuna saltando su un barcone per l’Europa? Perderebbe sicuramente la simpatía di molti lettori. Non più vittima innocente ma zavorra per il nostro sistema, potenziale criminale, uno a cui far posto a nostre spese.

Aiutare questi ragazzi “a casa loro” non è possibile, perché quelle case sono state distrutte, forse con armi di fabbricazione occidentale, su cui le imprese di casa nostra hanno realizzato profitti tanto ingenti quanto disumani. Oppure i loro villaggi potrebbero essere occupati dallo Stato Islamico – o meglio, il “non-Stato non-islamico”, come lo chiama Ban Ki Moon, perché di “islamico”, quel non-Stato, ha ben poco. In questi giorni immagino Ibrahim e le famiglie di rifugiati mentre aspettano notizie da Dara’a. Arrivano voci di bombardamenti sulle roccaforti degli oppositori del regime di Damasco. Le Nazioni Unite stimano che oltre 20.000 rifugiati siano intrappolati al confine tra Giordania e Siria: sono persone che dopo anni di resistenza hanno di lasciare tutto. I bombardamenti di queste settimane potrebbero far aumentare il numero di persone che si trovano a stazionare temporaneamente in questo pezzo di deserto. I siriani vorrebbero entrare, ma per molti non è possibile. Ci arrivano notizie di donne che partoriscono in questa terra di nessuno, di neonati stremati dal freddo e dei primi aiuti che arrivano dagli operatori umanitari.

Il Mediterraneo è casa nostra, e la noncuranza da parte di molti nell’informarsi su cosa accade dall’altra parte è proporzionale alla vulnerabilità della nostra opinione pubblica a soluzioni semplicistiche. Le ruspe, le barriere di filo spinato o le manganellate al confine non sono la soluzione. Recuperiamo la nostra umanità, mettiamo pressione ai nostri governi affinché la guerra, come la schiavitù, venga abolita, come sostiene Gino Strada. Scriviamo norme sull’immigrazione che tutelino i Paesi ospitanti ma che offrano un minimo di dignità a chi scappa da guerre e tragedie per le quali non ha nessuna colpa.

Non è impossibile come alcuni politici vogliono farci credere. Abbiamo il dovere di trovare soluzioni innovative per gestire l’immigrazione anziché rifiutarla a priori. Superiamo i preconcetti, informiamoci meglio e cerchiamo di metterci dalla parte dei più poveri. Forse così faremmo un favore a Ibrahim e a tutti quelli che, a differenza nostra, sono a rischio di diventare una “lost generation”, una generazione persa e senza futuro.

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