Palazzo d'Arco riapre al pubblico

Visite oggi (sabato 16 aprile) dalle 15 alle 18. Il marchese Cavriani all’inaugurazione: «Ricordo ancora quando andavo a trovare la contessa»

MANTOVA. Palazzo d’Arco riapre oggi sabato 16 aprile dopo oltre due anni. In mattinata, con le autorità, ci sarà il marchese FedericoCavriani, che ha donato tesori di famiglia per ricordare una casata citata già nel 1183. Dalle 15 alle 18, apertura gratuita al pubblico. Venerdì 15 c’è stata un’anteprima e il presidente della Fondazione Dante Chizzini ha citato le parole precise del testamento di Giovanna d’Arco: «Conservare, mantenere e custodire il palazzo e tutto quanto in esso contenuto con l’osservanza delle opportune cautele, renderlo accessibile al pubblico e alla consultazione da parte degli studiosi». Così scrisse l’ultima dei d’Arco lasciando eredi l’Accademia Virgiliana (rappresentata oggi da Livio Volpi Ghirardini), l’Archivio di Stato (Italo Scaietta), la prefettura (Dante Chizzini), la Diocesi (Giovanni Rodelli) che istituirono una Fondazione.

Rodolfo Signorini ha poi letto il lungo elenco di attività, laboratori didattici e visite guidate che si svolgeranno fino all’8 gennaio, quindi chiusura nei due mesi più freddi e riapertura per Sant’Anselmo. Un palazzo meraviglioso e unico, perché non è stato portato via niente. E’ come quando Federico Cavriani, a 8-9 anni, ci andava con la mamma. «Era molto amica della contessa – ci racconta il marchese Cavriani arrivato ieri da Roma – e io ci andavo volentieri perché mi offriva buonissime offelle».

Ora, nell’archivio, si cerca la ricetta di quei prelibati dolcetti. Il marchese sarà oggi all’inaugurazione, mentre non è andato all’apertura con il Fai del palazzo Cavriani, dove è vissuto fino ai 18 anni. «Troppa tristezza per come è ridotto. Avevo provato a consigliare mia cugina Aliana. Ormai è inutile riparlarne, non mi ascoltò ma era una donna simpaticissima e intelligentissima. Io oggi sono molto soddisfatto della donazione che ho fatto a Palazzo d’Arco, i due comò, il quadro, il cofano degli Embriachi, il ritratto di Federico Cavriani e l’albero genealogico. Ho chiesto ai miei nipoti, i figli di mia figlia Drusilla, se li avrebbero voluti loro i comò. Mi hanno risposto che preferiscono i mobili Ikea. E l’altro giorno sul Corriere della Sera c’era un lungo articolo sull’ebanista Colombo il Mortarino che firmò quei comò».

Com’era palazzo Cavriani, quando lei andava al liceo Virgilio? «Bellissimo: tutto del ‘700, l’edificio, i dipinti e i mobili disegnati dallo stesso Torreggiani. Tutto è andato disperso. Così ho voluto lasciare a Mantova, a Palazzo d’Arco, alcuni mobili e quadri di palazzo Cavriani toccati in eredità a me». Compresa la bellissima pianta genealogica di metà del 1659 con raffigurato il castello di Sacchetta di Sustinente che si affacciava sul Po e fu abbattuto nell’800 dopo tre inondazioni disastrose. «E’ l’unica testimonianza di quel palazzo, descritto in documenti, ma mai raffigurato. Mi ero dato alcuni obiettivi: scrivere le biografie di alcuni antenati, finanziare il libro “I Cavriani una famiglia mantovana”, salvare il cimitero di famiglia a Sacchetta e fare un regalo a Mantova. Ci sono riuscito e sono grato a quanti mi hanno sostenuto e alla Fondazione di Palazzo d’Arco. Verranno anche due delle mie tre sorelle: Fulvia Filangieri che abita a Napoli ed Eleonora Bocciardo di Genova. Non ha potuto e le dispiace Orsina Giacosa che sta a Roma».

Chi erano i Cavriani da lei studiati? «Filippo fu alla corte di Caterina de Medici, regina di Francia; Giulio ambasciatore dei Gonzaga a Venezia al tempo della battaglia di Lepanto, e Federico, lasciò la carriera ecclesiastica, affascinato dalle idee giacobine. Melzi d’Eril voleva farlo ministro degli interni a Milano, ma Napoleone rispose che era una testa calda».

Il giorno del Fai è arrivato Alessandro Cavriani. Che parentela c’è? «Siamo lontani cugini. Però Alessandro dopo suo padre Carlo, erediterà il titolo di marchese, poiché io ho solo una femmina. Mio nonno Annibale aveva 7 figli, il primogenito, Max era il papà di Aliana e di Alessandro, l’eroe morto in guerra. Mio padre Guido era l’ultimo, gli altri due maschi non avevano figli».

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