Brioni: «Amministrazione reticente sulla mafia»

Da sinistra Bassoli, Allegretti, Caracciolo e Brioni (foto Fuscati)

L'ex sindaco torna a parlare in publlico di 'ndrangheta e annuncia un nuovo esposto: «Avrebbe dovuto pensarci l'amministrazione pubblica. Alla città manca il coraggio»

MANTOVA. Pazza. Così la definiva il costruttore Antonio Muto (assolto a Brescia dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) in un’intercettazione telefonica. E lei s’appunta l’offesa come una medaglia di resistenza: «Sono una donna tenace, convinta che la legalità sia un bene comune non negoziabile». Così l’ex sindaco Fiorenza Brioni rompe il silenzio e torna a parlare in pubblico della sua vicenda, della battaglia alla lottizzazione Lagocastello e delle minacce ricevute, del processo Pesci e delle radici che la ’ndrangheta ha messo nella nostra società, impastata di economia e relazioni.

Vicenda esemplare, quella della Brioni, che riserva parole di fuoco all’amministrazione attuale. Parole acuminate come pietre. L’occasione è l’incontro di Sinistra italiana al Gradaro, con Luigi Caracciolo (istituto Fde). Tra il pubblico ci sono consiglieri d’opposizione e maggioranza, e c’è anche l’assessore Andrea Caprini.

Il rovescio del silenzio privato della Brioni è il silenzio pubblico (con l’eccezione della Gazzetta, sottolinea lei): «Un silenzio sconcertante, che rischia di alimentare un oblio perenne, la rimozione del groviglio terribile tra affari e politica». Bruciano le rivelazioni di Paolo Signifredi, ex faccendiere della cosca oggi collaboratore di giustizia, che racconta di come nel 2013 Muto gli chiese di trovargli qualcuno che facesse male all’ex sindaco.

La Brioni rompe il silenzio sulla 'ndrangheta

Rivelazioni che dovranno essere verificate, ma inquietano la Brioni per alcuni dettagli: il carattere di vendetta a freddo (nel 2013 lei era consigliere d’opposizione), la conoscenza delle sua abitudini e la presenza di amici in Comune vantate da Muto, la rivendicazione della busta con le pallottole ricevuta dall’ex sindaco nell’agosto del 2008. Dice la Brioni che, da cittadina, la relazione di Muto con la ’ndrangheta le interessa relativamente, lei vuole la verità: «Voglio sapere se a Mantova circolano delle persone che possono andare in giro a reclutare gente per fare del male a chi si mette di traverso. Se è così siamo in emergenza».

Per questo l’ex sindaco si è rivolta al presidente del consiglio comunale Massimo Allegretti (presente pure lui al Gradaro), chiedendo tutta la documentazione dell’epoca: in vista c’è un nuovo esposto in Procura. Stupita, la Brioni, «che questa ricognizione non sia stata fatta dall’amministrazione». Sconcertata dal «silenzio nel discorso pubblico», visto che «la città non è stata ancora bonificata dai condizionamenti».

«Perché questa reticenza? – s’appassiona la Brioni – Alla città manca il coraggio, la pulsione di un vero cambiamento di rotta». Che fine ha fatto l’osservatorio sulla legalità preteso dal centrosinistra quando era opposizione? – si domanda – eppure «l’allora capogruppo del Pd oggi è vicesindaco». In coda, due proposte: una raccolta firme per ridare slancio all’osservatorio, e un confronto continuo sulla legalità e il contrasto al malaffare. Il luogo ci sarebbe già, al Centro Baratta: la Sala delle Colonne. Dedicata alla memoria di Peppino Impastato.

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