Detenuti come sardine, torna l’emergenza carcere

Via Poma: una cella della sezione femminile (foto di repertorio)

In casa circondariale 151 reclusi contro una capienza regolamentare di 110 posti. Protestano gli agenti: «Siamo troppo pochi, sei operatori per turno non bastano»

MANTOVA. «Non siamo ancora in una situazione critica, qui in via Poma anni fa abbiamo avuto anche più di duecento detenuti» sminuisce un operatore della casa circondariale di via Poma. Ma resta il fatto che dopo qualche anno di numeri mantenuti più o meno nei limiti della norma – con provvedimenti che vanno dall’indulto, alla cancellazione del reato di clandestinità, fino a un aumento dei benefici della scarcerazione anticipata per buona condotta – la popolazione carceraria di via Poma ha ripreso la sua scalata.

In modo rapido, visto che a inizio d’anno le presenze erano più o meno quelle della “capienza regolamentare”, che prevede 110 posti (con 180 presenze come capienza “massima sopportabile”). Ieri i detenuti della casa circondariale che fiancheggia il tribunale erano 151. La previsione è quella di un ulteriore e progressivo aumento, anche perché il piccolo carcere di Mantova funziona da valvola di sfogo per le altre strutture lombarde, dove già da settimane il problema del sovraffollamento si fa sentire.

Così sono tornare le celle-scatole di sardine, con tre letti sistemati a castello e pochissimi metri quadrati dove muoversi. E dove sono costretti a stare, gomito a gomito, detenuti di lingua, provenienza e cultura spesso molto diverse. Con le difficoltà di convivenza e le tensioni che si possono immaginare.

Se i detenuti non hanno strumenti per esprimere il disagio di vivere ammassati al di fuori delle mura del carcere, non è così per gli agenti di polizia penitenziaria. «La popolazione della casa circondariale sta crescendo a vista d’occhio – dice un esponente di Cisl federazione sicurezza – da gennaio la liberazione anticipata per buona condotta è stata riportata da 75 a 45 giorni. L’effetto è quello di un aumento della popolazione carceraria. Gli operatori di polizia penitenziaria devono far fronte a una situazione di sicurezza più instabile rispetto a quando il numero di detenuti è più contenuto. La mancanza di spazi, ma anche di un lavoro e di cose da fare, creano attriti e cattivo sangue tra i detenuti. E basta pochissimo per una scintilla».

Situazione non facile per i 66 agenti di polizia penitenziaria che prestano servizio a Mantova. Sembra un discreto numero, ma è appena sufficiente per garantire, quando va bene, sei presenze per ogni turno. «Ma quando serve un piantonamento fuori dal carcere o un detenuto va trasferito, capita anche di fare il turno in quattro. Ed è un vero stress» spiega un agente. Anche perché, a differenza di quello che accadeva un tempo, ora in carcere le guardie fanno la cosiddetta “vigilanza dinamica” per tenere sempre sott’occhio i detenuti che, dalle otto e mezza del mattino alle otto di sera, hanno le celle aperte. Il problema è che non hanno nulla da fare, sono solo 25 quelli che hanno un lavoro dentro o fuori dal carcere. Anche la palestra è sottoutilizzata: l’amministrazione ha soldi solo per pagare l’insegnante tre ore la settimana. Basterebbe poco per raddoppiarle, 100 euro. Ma non ci sono fondi. Così come non ci sono soldi per riattivare la legatoria, unica risorsa di formazione lavoro del carcere, chiusa definitivamente nel 2012.

Altro problema che si profila in vista di un prevedibile sovraffollamento è quello sanitario. Il medico è presente dalle otto del mattino alle otto di sera e non è prevista alcuna presenza notturna. Se un detenuto non si sente bene, ci sono guardia medica o 118. Senza contare le malattie come l’epatite e il virus Hiv che espongono tutto a un rischio sanitario. «Basta che un paziente si faccia una piccola ustione e già è emergenza» spiegano in carcere. Anche gli educatori in via Poma sono pochi, anzi sembra che il servizio si stia esaurendo. «In organico ci sono tre educatori – osserva il portavoce Cisl sicurezza – ma uno è distaccato a Cremona e un’altra a breve sarà trasferita in Toscana. Resterà una sola educatrice. Altra cosa destinata a creare tensione tra i detenuti».

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