La Caporetto del Partito Democratico

Il giorno dopo la lunga notte elettorale il popolo del Pd ha accusato un forte mal di testa. La sconfitta per 7 a 1 brucia ancora e consolarsi con la bandierina piantata a Revere, con la conferma di Faioni, è poca cosa. Pesa in particolare la batosta del presidente della Provincia Pastacci a San Benedetto Po.

In paese la sua candidatura è stata vissuta come una scelta calata dall’alto, per trovare un futuro a un amministratore rimasto a piedi a causa della riforma Delrio. Una miscela di errori che ha portato molti elettori di centrosinistra a orientarsi altrove o a disertare le urne. Una sconfitta che apre interrogativi sulla strategia del Pd, alla luce anche delle dichiarazioni rese alla Gazzetta dal segretario provinciale Antonella Forattini che ha preso le distanze dalla scelta di Pastacci. Una situazione che ricorda quanto accaduto in città nel 2010, quando al ballottaggio a sorpresa vinse Nicola Sodano (Forza Italia) sul sindaco uscente. A chi gli chiedeva conto della clamorosa sconfitta, un esponente di spicco del Pd spiegò che erano arrivati segnali negativi sulle possibilità di Fiorenza Brioni, ma nessuno era riuscito a convincerla a farsi da parte.

Un altro capitolo incomprensibile della storia del Partito Democratico che, ancora una volta, eccelle in tattiche suicide e sembra specializzato nell’infilarsi in vicoli ciechi. C’è modo e modo di perdere, ma le elezioni del 2016 sono un’altra Caporetto.

Come nelle peggiori occasioni in casa Pd c’è già chi prova a scaricare le responsabilità su un livello più alto. Colpa insomma dell’effetto Renzi che si è fatto sentire qui e nelle grandi città. Il malcontento per la politica del governo in carica avrebbe dunque punito i candidati di centrosinistra. Una tesi singolare e lontana dalla realtà. Che fare a questo punto? Il Pd dovrebbe azzerare tutte le cariche e ripartire da capo. Ha solo un modello a cui ispirarsi: la campagna elettorale di Mattia Palazzi del 2015. Preparata con cura anche nei minimi particolari - come la scelta dei collaboratori - e rivelatasi vincente malgrado i mal di pancia del suo partito che ha subìto la sua discesa in campo più che appoggiarla con convinzione.

Se il Pd vuole rialzarsi non ha altra strada. Vedremo se lo farà, per i motivi che abbiamo già elencato. Nel suo Dna ci sono le lotte intestine, le polemiche fratricide, il modello Caino e Abele. I giochi di potere e di palazzo prima, le richieste dei cittadini in un secondo tempo. Anche Renzi non cambierà idea, sicuro com’è di dover rottamare mezz’Italia senza ascoltare la minoranza interna, considerata alla stregua di una suocera brontolona. I saggi fanno tesoro delle sconfitte, i presuntuosi pensano che la colpa sia dei cittadini che non hanno capito il messaggio. Ognuno sceglie la sua parte, nella politica e nella vita.

Ora i riflettori si spostano sul referendum, con Renzi che si gioca tutto come i cow boy nel saloon: se perdo mi sparo, se vinco vi prendo i cavalli. Il premier con questo stile si è conquistato molti fan, anche nel mondo dell’alta finanza, tutti convinti che sia l’unica scelta possibile. Ragionamenti già sentiti in passato, quando l’Italia sembrava sulla soglia di una terza guerra mondiale per fortuna mai scoppiata. Molti i salvatori della patria che si sono avvicendati in tempi diversi: Ciampi, Dini e Monti erano gli unici in grado di guidare il Paese sull’orlo del baratro. L’ennesimo. Finita la loro esperienza la penisola non è affondata, non ricordo colpi di stato e il presidente della Repubblica di turno ha sempre trovato una nuova guida per il governo.

Se Renzi perderà ce ne faremo una ragione. L’Italia che ha battuto il nazifascismo saprà elaborare il lutto e rialzarsi. Così come il Pd mantovano, se consulterà la bussola dei cittadini, ritroverà la rotta smarrita, senza sbattere di continuo sugli scogli.

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