La dieta involontaria dello studente sotto esame: e alla fine resta il cavolo

Tanti ragazzi mantovani ogni settimana "emigrano" per poter studiare all'università. Due di loro, in due città diverse, ci raccontano la vita da fuorisede in questa rubrica-blog. Margherita studia Giurisprudenza a Milano

MILANO. Premesso che sono ben conscia di quanto potrebbe essere più divertente girare un video perché possiate vedere con i vostri occhi quanto possa diventare problematico il rapporto che qualsivoglia fuorisede ad un certo punto dell’anno arriva ad avere con il cibo, prometto solennemente che non appena la mia coinquilina rientra le chiederò di girare un breve documentario. Lei aspira alla carriera di regista e se solo la lasciassimo fare renderebbe la nostra vita uno sketch continuo e purtroppo (per noi poveri disgraziati che condividiamo l’appartamento con lei, s’intende) mi duole ammettere che sì, ci tiranneggia, ma alla fine strappa grasse risate.

Mano sul cuore. 

Dunque.

“Tesoro ma come sei dimagrita! Sei in ansia per gli esami? Ti sei messa a dieta? Un nuovo regime alimentare? La palestra?”

No, nonna.

Niente di tutto questo.

Sono rimasta quindici giorni a Milano, sotto esame.

Come tutti sappiamo questo implica poche docce, occhiaie fino al mento e pigiamone - anche se ora abbiamo la summer edition che consta di pantaloncino discutibile e maglietta smessa di papà.  

Cosa ha a che fare tutto questo con il cibo, vi starete chiedendo.

Facile.

Uscire di casa per fare la spesa implica potersi guardare allo specchio e valutare di potere incrociare qualcuno senza che se la dia a gambe urlando che si è imbattuto nello Yeti.

Ma sappiamo bene che uno studente sotto esame ha ben altre preoccupazioni che curarsi del suo aspetto.

È inutile negare l’evidenza perciò io non mi vergogno (troppo) di ammettere che sono un macabro spettacolo durante la sessione, motivo per il quale solo i miei più cari amici – non raccontiamocela, quelli che non sono deboli di stomaco – hanno avuto il privilegio di vedermi in certe condizioni.

Ma sto divagando.

Il cibo.

Per evitare di sentire troppo la logorante mancanza della cucina di casa, il fuorisede non appena arriva in appartamento lancia con malagrazia la valigia in mezzo alla camera (n.d.r. cronaca di una storia vera) e si fionda a fare la spesa.

Rientra saltellando e si dice che tanto avrà tempo per studiare dalla mattina alla sera, non ha altro da fare, quindi quantomeno per cena potrà cimentarsi in elaborate ricette che di certo lo designeranno re delle foto-di-cibo-su-Instagram.

E lo fa, davvero.

Per una sera.

Sì, perché oltre ad avere un’attività cerebrale pressoché inesistente data dal troppo utilizzo del cervello durante l’arco della giornata – cosa che, mi pare chiaro, gli impedisce di potersi applicare ai fornelli – è pigro.

Ma pigro, pigro.

Totalmente dimentico degli abbinamenti carne-verdura che aveva diligentemente appuntato sulla lista della spesa, si trova costretto ad accompagnare l’insalata con la pasta integrale o la mozzarella con il cous cous.

Poi, bellissimo quando chi è tornato per il weekend porta delle cosine buone che dice essere “per tutti”.

Il fuorisede non crede ai suoi occhi, non concepisce il fatto che per una volta il karma non lo stia prendendo a calci.

Inizialmente si finge ritroso ma non appena rimane solo in casa solo il cielo sa cosa può succedere.

Si tratta di una breve parentesi, però.

Arriva un certo momento in cui il cibo comincia a scarseggiare e il fuorisede si fa sempre più debole.

Gli mancano le forze.

Allora, centellina ogni provvista – eccezion fatta per quel cavolo enorme che è in frigo da due settimane, quello può rimanere lì nei secoli dei secoli, amen -  per essere sicuro di non doversi rendere presentabile per uscire a fare la spesa, per essere certo che gli bastino per tirare fino al giorno del ritorno in patria.

Non prende nemmeno in considerazione l’idea di andare a mangiare fuori, se per il supermercato basta non spaventare chi si incrocia vogliamo immaginare quale preparazione sta dietro a una cena al ristorante?

Dai, non scherziamo.

Finalmente il fine settimana arriva e il nostro amico – smagrito, quasi emaciato - con le forze che gli rimangono si trascina a prendere il treno.

Durante il viaggio si addormenta e si risveglia direttamente con le gambe sotto il tavolo, il profumo dell’arrosto della nonna sotto il naso.     

Questo basta a ridargli vigore, la vita è bella e lui è felice come quando da piccolo a Pasqua aveva una schiera di uova pronte per essere scartate con la certezza che nessuno l’avrebbe sgridato se avesse mangiato troppa cioccolata.

I giorni passano, la domenica arriva alla svelta.

Valigia, treno, Milano.

Nove di sera.

Supermercati chiusi.

Solo il cavolo in frigo.

Lacrime amare.

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Margherita Fila, ventenne, si è diplomata al Liceo Classico Virgilio di Mantova. Non sa bene chi vuole diventare da grande ma sa chi vuole essere oggi e, quando ha qualche preoccupazione, suo padre è solito ripeterle : "Tesoro, il tempo è galantuomo". Ad oggi, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all'Universitá Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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