Il pentito rivela le trame di Rocca «Voleva soldi anche da Beduschi»

La mano della 'ndrangheta. Il faccendiere Signifredi testimonia al processo Pesci e racconta il piano del muratore di Borgo Virgilio. La minaccia: «Ti dico cinquanta cose vere, così credono a tutto. O mi aiuti oppure ti sciolgo nell’acido»

MANTOVA. «Scrivi, scrivi. Ti dico cinquanta cose vere. Le controllano e così poi ti credono su tutto. Poi ci aggiungiamo due o tre minchiate che mi scagionano e si bevono pure quelle. Mi fanno uscire dal carcere e faccio i soldi. In una settimana raccatto 150mila euro e poi dividiamo. Li minaccio tutti: Bonaccio, Antonio Muto, Luca Rossi, il sindaco Beduschi. O pagano o dico che canto». Antonio Rocca, il muratore di Borgo Virgilio, semianalfabeta, detta, in una saletta della prigione di Voghera. E Paolo Signifredi, il liquidatore, che s’intende di numeri e lettere, scrive, obbediente. Verità e fandonie da portare sul tavolo dei Pm antimafia con l’abito del pentito. Era il piano scellerato ordito da Rocca per uscire dai guai. Un piano benedetto dallo stesso NicolinoGrande Aracri, che aveva incoronato Rocca come capo dei cantieri mantovani. Il muratore convince il contabile prima con le buone, poi con le minacce: «Se non fai quello che ti dico ti metto nell’acido, e i tuoi figli li dò in pasto ai maiali». Un racconto da Gomorra, quello di Signifredi, ex presidente del calcio Brescello, intrufolato nel Parma calcio, coinvolto nel crack del ferro con Massimo Ciancimino, pentito già condannato a 6 anni con rito abbreviato nel processo Pesci, lunedì 13 giugno seduto al banco dei testimoni. Protetto da un paravento antiproiettile, smagrito e con i capelli bianchi. Oltre otto ore di testimonianza, pressato dai Pm Paolo Savio e Claudia Moregola in cui ricostruisce incontri, truffe, estorsioni, minacce: il Grande Aracri style a Mantova.

IL PIANO SCELLERATO. Arrestato nel blitz del 28 gennaio scorso, come gli altri accusati di far parte della cosca di ’ndrangheta, in carcere incontra il vecchio compagno di merende Rocca, suo complice nel succhiare soldi nei cantieri delle società in difficoltà («facevo questo di mestiere» ammette). Signifredi, racconta, non conosce tutti gli affiliati, quindi Rocca sarà il suo Virgilio per irretire la Procura. L’idea è quella di rimpolpare le accuse contro la gang: ovviamente il boss Manuzza, Francesco Lamanna, Salvatore Muto, Alfonso Diletto, Giuseppe Lo Prete e Alfonso Bonaccio. Quest’ultimo ha un ruolo non secondario, per Rocca, che pensa di incastrarlo per uscire dai guai causati dal ritrovamento di due pistole nella sua casa di Cerese. «Tu racconta che le armi erano sue, e che io le avevo prese perché le aveva lasciate su un’auto che stavi usando tu. Volevo evitarti guai in caso di un controllo». Rocca gli detta pure dettagli sui pagamenti dei lavori: «Racconta che devo dare percentuali a tutti loro, dì che mi costringono». Gli suggerisce pure di aggiungere una scena ad un viaggio in auto con Salvatore Muto: «Mi ha portato da Curtatone a Cremona, e minacciato con una pistola alla tempia. A voi Pm però dovevo dire che aveva parlato di Rocca come di uno estraneo alla cosca, minacciato e sempre sotto tiro. Una vittima».

LADY ROCCA. Il piano però doveva avere l’ok del boss e degli avvocati. Serve qualcuno che li informi: e qui entra in scena la moglie di Rocca, Deanna Bignardi, con cui il muratore parla in carcere. Così Lady Rocca, la scorsa estate, sale su una corriera e parte per Cutro, per incontrare la moglie di Nicolino, “zia Maria”. «Viene accolta come una regina, mi raccontò Rocca, era molto entusiasta». La donna del capo benedice l’idea del falso pentito. Ma la Bignardi ha anche un altro compito: coprire i “furti” del marito. Rocca e gli altri infatti si erano spartiti 800mila euro, frutto di un’estorsione a una banca di Reggio Emilia, invece di consegnarli a Nicolino. Lo avevano fatto anche con 400mila euro dei cantieri di Covelli, e il boss cominciava a sentire odore di bruciato. Tanto da ordinare qualche rappresaglia.

IL PROGETTO. Tutto sembra filare liscio: ad agosto Signifredi chiede di incontrare i Pm per collaborare. Ma rompe con il suo avvocato, Marco Malavolta, che non vuole prestarsi al giochetto della falsa testimonianza. Rocca esulta e gli rivela il piano: quando da vittima verrà scarcerato, andrà a battere cassa: da Bonaccio, in cambio della ritrattazione dell’accusa sulle pistole, da Luca Rossi, con cui aveva avuto un traffico di piastrelle a Gazoldo, «da Antonio Muto, lo minaccio di rivelare le trame di Lagocastello e piazzale Mondadori, dal sindaco di Virgilio Beduschi, che è un farmacista e ha i soldi, e da Bonelli (Fabio Bonelli, assessore di Borgo Virgilio ndr). Anzi no, da lui no, che non ha un euro».

IL GIRO DI BOA. Signifredi ha avvocato e moglie contro, ma con i dubbi cominciano le minacce di Rocca e gli avvertimenti attraverso altri due carcerati. A ottobre, con la sua cartellina blu, si presenta dai Pm di Brescia, pronto a recitare, Ma loro fiutano qualcosa. «Mi avete chiesto di mettere via gli appunti e di dire quello che ricordavo, sono andato in panico e sono crollato. Ho smesso la pagliacciata».

LA VERITÀ. Il contabile il 15 ottobre comincia così a raccontare quello che sa, non la versione di Rocca. Un romanzo criminale ripetuto ieri in udienza. Dall’inizio. Il muratore, che a Signifredi era stato presentato da Maurizio Nosari, direttore del Credem di Gonzaga, si presenta come il pupillo mantovano del boss. Gira armato e ha perfino un giubbotto antiproiettile. Anche perché, con i soldi che lui e i compari si sono intascati, ha paura «se non esco da questo casino mi ammazzano» confida a Signifredi. E il bottino sparito è l’argomento clou del summit di Ferragosto 2012 a Cutro dal boss Nicolino a cui Signifredi partecipa. Ma Nicolino da Opera interviene e lo smentisce: «Bugiardo». Si riprende martedì 14 giugno.

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