Esultano in cella per la strage jihadista

Dopo l’attentato di Bruxelles la casa circondariale di Mantova denuncia alla Procura e trasferisce cinque detenuti

MANTOVA. «Allahu Akbar», «Dio è il più grande». Il grido s’era levato appena giunta la notizia di quello che era accaduto solo poche ore prima a Bruxelles, dove un’azione coordinata tra kamikaze all’aeroporto e bombe in metropolitana aveva seminato decine di morti e centinaia di feriti. Per alcuni minuti in una cella di via Poma, dov’erano detenuti sette stranieri, tutti provenienti dal nord Africa, s’erano inseguite le grida e le voci festose, l’esultanza per la strage nella città sede del Parlamento europeo, commessa in nome dello Stato Islamico.

A spegnere il falò di tripudio filo-terroristico erano stati gli agenti di polizia penitenziaria, intervenuti prima di tutto a separare i detenuti. Cosa non così facile, anche perché uno di loro si era distinto per l’atteggiamento minaccioso e aggressivo. A distanza di quasi tre mesi dall’episodio, accaduto nella casa circondariale che fiancheggia il palazzo di giustizia di via Poma, cinque detenuti della cella dove s’era inneggiato alla violenza dell’Islam più radicale, sono stati trasferiti a strutture carcerarie ad alta sicurezza. I cinque sono anche stati colpiti da una segnalazione disciplinare che con ogni probabilità andrà ad allungare la loro permanenza dietro le sbarre. Non è tutto. La casa circondariale ha anche inviato una relazione dell’episodio alla Procura che potrebbe essersi già tradotta nell’apertura di un fascicolo d’inchiesta per apologia del terrorismo.

La vicenda risale al 23 marzo scorso, giorno successivo alle esplosioni che avevano squassato l’aria e insanguinato l'aeroporto di Zaventem e la stazione della metropolitana di Maelbeek. Da una cella del carcere di Mantova s’erano levate urla di gioia, miste a invocazioni religiose, pronunciate in lingua araba e in italiano. All’arrivo degli agenti, quello che sembrava il capo cordata della manifestazione di euforia, un giovane marocchino detenuto per reati comuni, non s’era placato. Anzi, aveva sfogato la sua rabbia contro i poliziotti della penitenziaria riempiendoli di insulti e minacce. Tutto rientrato nel momento in cui i detenuti erano stati separati, qualcuno in cella di isolamento, altri in compagnia di reclusi più tranquilli. La coda dell’episodio era stato – obbligo, questo, da parte della polizia penitenziaria – un rapporto inviato alla direzione della casa circondariale, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e alla Procura di via Poma.

Non tutti i sette detenuti della cella si sarebbero lasciati andare a esternazioni filo-jihadiste. Ma cinque sì. Ed è contro di loro che la Procura potrebbe indirizzare ipotesi di reato relative all’apologia, se non alla vera e propria istigazione, al terrorismo di stampo islamico.

Il provvedimento di trasferimento è arrivato per decisione congiunta del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e del suo Provveditorato regionale che hanno scelto come destinazione strutture carcerarie idonee ad ospitare i cinque detenuti, uno dei quali è stato poi espulso dal Paese.

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