Lagocastello via da Roma, la parola alla Cassazione

Ok del giudice all’incompetenza territoriale: il caso potrebbe tornare a Mantova. Il tribunale: le corruzioni sarebbero state orchestrate dalla cosca Grande Aracri

MANTOVA. Questa volta l’1 a 1 non significa proprio palla al centro. Lagocastello è cosa nostra e si riavvicina a Mantova. Il giudice del tribunale di Roma Donatella Pavone venerdì, dopo un’ora di camera di consiglio, ha accolto l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dal Pm: le corruzioni dell’affaire Lagocastello devono essere considerate una componente delle tresche dell’associazione di ’ndrangheta che sotto la supervisione del boss Nicolino Grande Aracri operava a Mantova, quindi vanno rispedite nel filone principale del processo Pesci. Colpo di spugna, quindi, sullo spacchettamento del procedimento operato a gennaio dal gip bresciano Vincenzo Nicolazzo, che non aveva ravvisato i collegamenti con le estorsioni, i ricatti e le minacce operate dalla cosca nei cantieri del Mantovano. Il viaggio di ritorno a Mantova, però, vede una tappa intermedia, e non di poco conto: il responso della Cassazione, deputata a regolamentare il rimpallo della competenza.

In ogni caso è un colpo pesante per gli imputati, l'imprenditore Antonio Muto, l'ex sindaco Nicola Sodano, l'ex presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, due senatori di Forza Italia Luigi Grillo e Franco Bonferroni, l'ex consigliere comunale di Reggio Emilia Tarcisio Costante Zobbi e il commercialista veronese Attilio Fanini.

Sono accusati di corruzione e corruzione in atti giudiziari con l'aggravante di aver agevolato gli interessi economici della cosca cercando di far togliere il vincolo di inedificabilità all'area sulla sponda sinistra del lago, cercando di aggiustare la sentenza del Consiglio di Stato sulla lottizzazione, nel caso di Sodano, per aver ottenuto lavori in cambio del sostegno al progetto di Muto.

I loro avvocati si sono opposti con fermezza, come prevedibile, alla richiesta del Pm romano che ha avallato la teoria accusatoria dei colleghi dell’antimafia bresciana, Claudia Moregola e Paolo Savio. L’aggravante dell’articolo 7, cioé l’agevolazione della cosca, siglata dalla Dda bresciana, pugno nello stomaco per le difese, non è stata cassata.

Resta comunque un processo tutto da decidere: perché, sempre ipotizzando che la Cassazione, - e l’udienza verrà fissata tra qualche mese - riporti il fascicolo nel faldone principale della Pesci, l’assoluzione in primo grado di Antonio Muto dall’accusa di essere stato un concorrente esterno della cosca di Grande Aracri, ha spezzato quello che per i Pm antimafia era un anello fondamentale di collegamento. Se, come ha sancito il giudice bresciano Nicolazzo, Muto non lavorava per favorire gli interessi del boss Nicolino, attraverso una strategia che passava attraverso l'alleanza con il sindaco di Mantova, come invece disegnava l’impianto accusatorio, dimostrare il legame delle ipotesi di corruzioni messe in atto per Lagocastello con la cosca non sarà impresa da poco. Intanto il Comune di Mantova si è costituito ufficialmente parte civile.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi