Cantina Gonzaga dice no: salta la fusione con Carpi

L’assemblea dei soci sceglie in maniera netta di andare avanti senza partner. Il presidente dei viticoltori: «Ci avevano proposto condizioni inaccettabili»

GONZAGA. Questa fusione non s'ha da fare. Scomodiamo Manzoni per raccontare ciò che sta succedendo negli ultimi giorni alla cantina sociale di Gonzaga, che non più tardi di quattro mesi fa sembrava vicinissima ad essere incorporata dalla cantina di Carpi e Sorbara, intenzionata a creare nel Mantovano un polo di valorizzazione del Lambrusco, raccogliendo da noi l'uva, pigiandola in Emilia e riportandola poi qui per la vendita a prodotto finito. Ebbene, la fusione tra Gonzaga e Carpi è saltata.

L'assemblea dei soci ha votato e il risultato è stato inequivocabile: 43 voti contrari a fronte dei soli 19 a favore della fusione. Il ribaltone naturalmente non è stato esente da conseguenze, e sembra che siano state chieste le dimissioni del presidente Paolo Bernini e dell'intero direttivo, tra i sostenitori più convinti della fusione per questioni di sopravvivenza. Ma cosa ha convinto la maggioranza dei soci a dire no alla fusione? Le condizioni messe sul piatto da Carpi, altamente svantaggiose per la cantina sociale di Gonzaga. A spiegare il quadro è Marco Formigoni, presidente della sezione vitivinicola di Confagricoltura Mantova ma fino allo scorso anno vicepresidente e consigliere della cantina di Gonzaga, ora dimessosi da entrambe le cariche.

Formigoni è sempre stato tra i più accaniti sostenitori del no: «Le condizioni che ci sono state proposte – spiega – sarebbero state troppo impegnative per noi. In più non è stato messo nulla per iscritto, erano solo promesse fatte senza una base certa. Per esempio, i bilanci delle due cantine avrebbero continuato ad essere separati, ma Carpi avrebbe potuto supervisionare il nostro, mentre noi non avremmo avuto facoltà di parola sul loro. In più avremmo dovuto continuare a sostenere le spese di lavorazione, con stipendi per operai e impiegati, più tutte le altre spese. Senza contare che l'uva sarebbe stata pigiata a Gonzaga, ma trasportata poi a Carpi per la lavorazione, con spese per il trasporto a nostro carico. Andare a imbottigliare da un'altra parte, avendo noi appena ristrutturato l'impianto di imbottigliamento dopo i danni del terremoto, sarebbe stato estremamente dannoso. Tutto questo poi solo nell'anno interlocutorio, dato che la fusione si sarebbe ultimata dal 1° luglio 2017. In ultimo, di solito in un processo di fusione c'è la possibilità di uscita per chi è contrario, cosa che non ci è stata garantita qui».

Archiviata l'ipotesi fusione, cosa riserverà il futuro? «A breve ci sarà un consiglio, vediamo se ci saranno dimissioni, dobbiamo aspettare. Gente vogliosa ne abbiamo, ma siamo a 40 giorni dalla vendemmia e manca ancora un enologo. C'è la volontà di andare avanti da soli, ma se ci saranno partner validi li considereremo».

 

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