A quattro anni dal sisma il Grana Padano chiude l’emergenza

Risarcito anche l’ultimo caseificio. Plauso del direttore del Consorzio Berni: «Le istituzioni sono state all’altezza del dramma»

MANTOVA. A poco più di quattro anni dalle scosse sismiche, la filiera del Grana Padano, che con il “cugino” Parmigiano Reggiano era stato fortemente danneggiato, può dire di avere chiuso definitivamente la fase della ricostruzione. Tutti e 31 fra caseifici, magazzini di stoccaggio e produttori che hanno subìto danneggiamenti, sono stati risarciti e l’opera di ricostruzione materiale è alle battute finali. L’emergenza va in archivio e quello che per i produttori di una delle eccellenze del “made in Italy” poteva essere un disastro, si è dimostrato nel tempo in un’occasione per rafforzare il senso associativo, riscoperto alla luce dell’intensa attività che il Consorzio Grana Padano ha svolto a tutela dei propri membri. A spiegarlo il direttore del Consorzio stesso, il mantovano Stefano Berni.

Il punto di partenza sono le terribili sette scosse oltre i 5 gradi Richter che gettano nel panico la pianura lombardo-emiliana. Zona che da secoli non registrava attività sismica di quella intensità e che non era preparata, sulle prime, ad affrontarla. Una, fra le tante, delle immagini simbolo di questa tragedia furono le “scalere”, cioé le rastrelliere sulle quali tradizionalmente si appoggiano le forme di formaggio a stagionare. Crollarono a terra per l’effetto dello scuotimento ma, soprattutto, perché non erano vincolate saldamente alle pareti. Nessuno ne aveva a memoria d’uomo sentito la necessità ed anche i terremoti che si erano riverberati nella zona, come quello del Friuli del 1974, non avevano provocato danni a queste strutture.

Il direttore del Consorzio Grana Padano Stefano Berni

Invece nella notte fra il 19 e 20 maggio del 2012 e poi ancora il 29 maggio ed il 3 giugno, le sette scosse di intensità notevole gettano giù le forme dalle “scalere”. I sobbalzi, come dimostreranno le telecamere interne di magazzini di stoccaggio, fanno ballare come fuscelli le forme del peso di 30-40 chilogrammi, alzandole in aria e facendole ricadere sulle assi. In pochi secondi molte delle incastellature di metallo che reggono da decenni i pesi delle forme si torcono ed accasciano al suolo. Disastro poi stimato in 288mila forme cadute al suolo. Molte di queste si aprono, altre ricevono solo ammaccature. Le ultime che cadono, rotolano sulla catasta di quelle già a terra e si salvano.

Ma la conta dei danni non sta solo nel prodotto. I beni mobili, come le “scalere”, sono per la gran parte da rifare. Anche nei caseifici dove queste strutture hanno retto, serve ripensarle e rifare i loro agganci alle pareti. Per finire, diverse latterie avranno danni alle stesse strutture, rendendo impossibile la produzione o la stagionatura ed avranno bisogno di delocalizzare temporaneamente la produzione in una catena di solidarietà fra allevatori e trasformatori, che sarà una delle caratteristiche di questa emergenza.

Da subito è il Consorzio, oltre 130 produttori e 150 stagionatori, che tiene le fila dell’emergenza. «La situazione - dice Berni - vedeva 12 fra caseifici e magazzini danneggiati e 19 produttori con le forme inutilizzabili. Delle 288mila forme cadute, 143mila si sono salvate. Per 145mila si è andati dall’essicazione e quindi alla grattugia, alla fusione o alla discarica nei casi estremi. Complessivamente abbiamo dovuto registrare perdite sui 40 milioni di euro».

Nella tabella manca la Latteria Santa Maria Formigada di Bagnolo San Vito, perché acquisita in seguito dalla Latteria Sociale di Mantova. Ebbe comunque un danno stimato di 1.650.000 euro, 6mila forme rovinate. Alla Latteria La Motta di Rodigo il danno di 210mila euro per il crollo delle “scalere” e le 2.400 forme danneggiate venne coperto quasi interamente dall’assicurazione (190mila euro). I magazzini generali di Villa Poma hanno subìto un danno di 125mila euro. Manca il dato della Latteria Soresinese di Soresina (Cr), mentre i Magazzini Aimi di Castelvestro Piacentino (Pc) hanno avuto danni per 347mila euro: la Regione Emilia già nel 2013 rimborsò 244mila euro.

Riguardo alle strutture, il danno patito sfiora i 15 milioni, interamente ripristinati dai fondi statali e regionali e, in parte, da quelli assicurativi. «L’ultimo caseificio che, per una svista burocratica, non era stato inserito nell’elenco di quelli terremotati, era il Bresciangrana di Offlaga, il quale nei giorni scorsi, grazie all’impegno congiunto dei parlamentari del territorio come Marco Carra, l’assessore regionale Gianni Fava e Anna Lisa Baroni, ha ricevuto il riconoscimento. Direi che ora - conclude Berni - si può chiudere questa parentesi di impegno, certo complesso e importante, che ha visto una risposta lodevole delle istituzioni».

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