Fronda interna anti-Brioni. Il giudice stoppa Piccinelli

Brioni e PIccinelli

L’ex assessore aveva chiesto 250mila euro per diffamazione all’ex sindaco. In un’intervista al Corsera era stato accusato di aver curato interessi personali

MANTOVA. Ha chiesto a Fiorenza Brioni 250mila euro, come risarcimento per essersi sentito diffamato da un’intervista rilasciata dall’ex sindaco al Corriere della sera. Ma il giudice gli ha risposto picche. Sarà lui, Fabio Piccinelli, di professione avvocato, ex Margherita poi Pd, assessore al bilancio della giunta Brioni dal 2005 al dicembre 2009, quando il sindaco gli ritirò la delega, a dover pagare. Si è risolta così, con una vittoria piena dell’ex primo cittadino la causa civile intentata da Piccinelli, che aveva già puntato la pistola, poi rimessa nel fodero, anche contro il direttore del Corsera, Ferruccio De Bortoli, e contro la giornalista Elvira Serra. Sotto accusa le dichiarazioni della Brioni, che aveva affermato che Piccinelli, da assessore, aveva ostacolato l’azione amministrativa per difendere interessi particolari, cioè quelli dell’ala “più moderata” del partito di cui faceva parte, contro l’interesse pubblico.

Diritto di critica politica legittima e, soprattutto veridicità delle dichiarazioni della Brioni: scrive il giudice nella sentenza emessa a fine luglio. L’intervista era stata rilasciata nell’aprile 2010, due giorni dopo la sconfitta della Brioni al ballottaggio che vinse Nicola Sodano. Alla giornalista che le chiedeva le cause della vittoria del centrodestra, clamorosa dopo 60 anni di governo del centrosinistra, la Brioni rispose che l’unico errore suo era stato quello di «non aver allontanato quelle persone che si erano messe di traverso per difendere interessi palesemente particolari contro il bene pubblico».

E fece i nomi: Mara Gazzoni, Franco Bonaffini e Fabio Piccinelli, «che durante il ballottaggio si sono schierati con Sodano. Avranno preso accordi per il dopo... Non sono dei geni che il mondo ci invidia e più di una volta ho dovuto fare io la loro parte al bilancio, all’urbanistica, ai lavori pubblici e alle politiche sociali».

E parlò di una lobby economica fin dal suo insediamento, quando si oppose alla lottizzazione di Lagocastello. Accuse che Piccinelli ha respinto e considerato diffamatorie. Ma il giudice, dopo un’attenta ricostruzione del contesto politico del Pd ad inizio 2010, non la pensa così. Un periodo di scontri duri tra le due ali del partito, sia per la scelta del segretario cittadino che per quella del candidato sindaco. L’individuazione della Brioni fu fortemente osteggiata dalla corrente moderata del Pd, di cui faceva parte Piccinelli. Che, ricorda il giudice, non andò in consiglio comunale per l’approvazione del bilancio, facendo mancare il numero legale.

«Un comportamento non corrispondente all’interesse del Comune» inseguito al quale gli venne ritirata la delega. È vero quindi che «fece prevalere l’interesse della sua corrente su quello pubblico».

Il quadro politico, che vede la rottura di Piccinelli con la Brioni e con il Pd, e le voci di un avvicinamento al centrodestra, da lui peraltro mai smentito, potevano ragionevolmente indurre la Brioni «a ritenere che l’avvocato avesse effettivamente fornito dietro le quinte il suo appoggio al candidato Nicola Sodano».

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