In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Clima e poca manutenzione: così perdiamo le piante

In città caduti o tagliati cento alberi. Un vittima nei giorni di maltempo. Lo scrittore Tiziano Fratus racconta «il fastidio di non essere cresciuti in un vero bosco»

Tiziano Fratus
4 minuti di lettura

Mantova. Cento alberi caduti in un'estate. Danni, feriti, anime spente. Dolore e sgomento. E quella corona di domande che inizia ad affollarsi e a spettegolare all'alba della nostra coscienza. Ma cosa capita al mondo adesso? E' forse l'inizio di una catastrofe? D'ora in avanti cosa capiterà al nostro paesaggio?

Siamo ancora sicuri di camminare nei giardini, siamo ancora liberi di passeggiare lungo il lago, siamo ancora liberi di portare i nostri genitori sull'argine del fiume, ad ammirare lo scorrere delle acque al tramonto? Oppure ogni volta rischiamo che un ramo ci caschi in testa? Cosa fanno, cosa vogliono, questi alberi intorno a noi? Possibile che in Comune non siano in grado di prevedere queste disgrazie? Ma non fanno niente? Come mai non accadeva un tempo ed invece adesso accade? Saranno quei leghisti che parlano parlano e non ne combinano una giusta? O quelli del Pd? O ancora quei tecnici che la sanno sempre così lunga ma alla fine non sanno nemmeno fare il mestiere per il quale sono pagati? Se si socchiudono gli occhi le sentiamo, tutte queste minuscole bocche psichiche che sospettosamente ciarlano, minuziosamente sezionano, dentro di noi, lì dentro.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Ha coniato il concetto di “Homo Radix”. Vive in Piemonte, ai piedi delle Alpi]]

Perchégli alberi cadono. Il naturalista inglese Roger Deakin scriveva nel suo bel saggio postumo Wildwood, tradotto in Italia col titolo Nel cuore delle foresta, che "gli alberi fermano il tempo". Ho pensato spesso a quanto sia ampia la varietà di significato di questa frase. Gli alberi fermano il tempo perché possono vivere fino a cinquecento anni, duemila anni, o cinquemila anni, l'età massima oggi attestata da certi pini della California e del Nevada. Gli alberi fermano il tempo perché quando li incontriamo ci ricordano che la natura può quel che noi umani non siamo in grado di fare: viaggiare nel tempo.

Quanti di noi hanno pensato, almeno una volta, chissà quante storie potrebbe raccontare, se potesse parlare, questo faggio-elefante, questo platano-piovra, questo pioppo-colonnare. Gli alberi fermano il tempo perché sembrano non sentirlo, sin pensi ai sempreverdi che hanno sempre le foglie sui rami, che non si spogliano in autunno, quasi sospendendo la vita prima dell'arrivo del grande freddo, della neve, del gelo, per poi rinascere d'accapo in primavera. Gli alberi fermano il tempo perché talora ci affiancano nella nostra vita: magari quando siamo bambini li osserviamo crescere, giovani e fragili, e quando siamo noi anziani, li raggiungiamo fissandoli dal basso, noi malfermi e scricchiolanti, mentre loro svettano, frondano, oscillano.

[[(gele.Finegil.Image2014v1) 01-A_WEB]]

Perchégli alberi cadono. La variabile fondamentale per capire come mai gli alberi mutano e cadono è il tempo. E' nel tempo che essi si manifestano, è nel tempo che essi crescono, si allungano, si cariano e si ammalano. Tempo vuol dire anche tempo atmosferico, ed è qui che nasce una considerazione che non siamo stati capaci di fare nostra. Il tempo e il clima stanno mutando, gli inverni non sono più rigidi e nevosi come venti o trenta anni fa, e le estati spesso offrono tempeste di una violenza inaudita, tropicale. La gestione del verde pubblico e privato talora è isterica, come spesso in questi ultimi anni, talora così pacificante da essere praticamente assente. Quel che manca, a seconda delle disponibilità finanziarie ma anche della sensibilità di chi di dovere, è la continuità, e si ritorna al tempo.

Nel corso degli ultimi dieci anni ogni estate giornate di vento sostenuto e veri e propri tifoni si sono abbattuti sulle nostre città e nei nostri boschi, causando perdite di foreste secolari, di filari storici, di alberi monumentali. Gli alberi che abbiamo sempre visto intorno a noi improvvisamente mutano posizione, si spezzano, si cavano sulle nostre automobili, ci mettono in pericolo. In questo ultimo decennio non c'è stata annata senza la morte di almeno una persona, a causa di un albero caduto. Le tempeste si sono sempre manifestate, abbiamo resoconti storici di fortunali che si sono abbattuti stravolgendo giardini e parchi, come accadde ad esempio nel 1872 a Milano. O a Torino, il 23 maggio del 1953, quando la cima della Mole Antonelliana fu strappata via dalla furia dei venti e alcuni dei maggiori alberi del Parco del Valentino furono cancellati per sempre.

Al tempo le analisi erano scarse, imbastite ad occhio, di certo la tecnologia clinica di cui dispongono oggi i tecnici arboricoltori era impensabile. Si fanno attente analisi sulla geometria interna dei tronchi, si eseguono trazioni di prova sui rami portanti e sui rami secondari, si applicano sensori che ne registrano movimenti, stabilità e oscillazioni. Si può dire che l'uomo non abbia mai avuto a disposizione così tanta tecnologia per studiare gli alberi che ci circondano, eppure, allo scatenarsi dei venti, cadono, si spezzano, e mutano il paesaggio al quale eravamo abituati.

Perché dunque gli alberi cadono? Gli alberi cadono perché le nostre città sono costruite per le esigenze crescenti di spazio degli umani. Gli alberi cadono perché non lasciamo spazio alle loro radici di allungarsi per bene, perché riduciamo la loro superficie di respiro, perché li potiamo duramente scambiandoli per cose che si regolano secondo le nostre idee di proporzione e di sicurezza. Gli alberi cadono perché parcheggiamo sulle loro radici, compattando il suolo e asfissiandoli. Gli alberi cadono perché li si indebolisce continuamente, con lo smog e col rumore, nella vita di un essere vivente che percepisce il paesaggio circostante ventiquattr'ore al giorno l'inquinamento acustico e le vibrazioni sono di certo elementi di disturbo e fragilità. Provate voi a restare due, cinque, venti ore fra due viali su cui scorrono incessantemente automobili, camion e corriere. Gli umani hanno iniziato ad abbellire le proprie città di alberi pensando che fossero oggetti e continuano a trattarli come simili, ma la verità è che sono esseri viventi che respirano, hanno una loro età fanciullesca, una maturazione e un invecchiamento.

[[(gele.Finegil.Image2014v1) 01-_WEB]]

Gli alberi delle città invecchiano sempre molto in fretta, come i minatori che si negavano la luce del giorno. E le nostre talora eccessive cure incidono nella debolezza che li caratterizza. Basta una potatura sbagliata per mettere in disequilibrio un albero per la sua intera esistenza. Magari sono state fatte negli anni Settanta o nel decennio successivo, e noi oggi nemmeno ce ne accorgiamo più, ma la struttura interna di un albero possiede memoria. Il vento, quando si presenta, ha il potere di investire un albero in tutto il suo essere, le sollecitazioni prolungate arrivano dalle più diverse parti e tutte le debolezze interne, anche quelle che parevano dimenticate, ricominciano a vibrare, ed ecco perché schiantano e sbrancano e si sradicano alberi che non avremmo mai creduto, alberi che hanno superato gli stress-test compiuti dagli esperti.

E' bello adornare le nostre città di alberi ma non bisogna dimenticare che poiché esseri viventi e non pali della luce essi possono cedere, possono arrendersi, possono, in un momento di debolezza, lasciarsi andare. Accade a noi umani, figuriamoci ad esseri continuamente sollecitati dal fastidio di non essere cresciuti nel silenzio di un vero bosco.

I commenti dei lettori