Una madre disperata. «Cerco un lavoro per mio figlio malato»

Giuseppe è un 23enne che convive dalla nascita con la Pku o sindrome fenilchetonurica

CASTIGLIONE. Giuseppe è un 23enne di Castiglione che convive dalla nascita con la Pku o sindrome fenilchetonurica. Come tutti i ragazzi della sua età, vorrebbe costruirsi una vita, ma i suoi sogni si infrangono ogni giorno contro le difficoltà nel trovare un lavoro. Gli è stata riconosciuta un’invalidità del 70%, per la quale non riceve alcun sussidio.

Sua madre, Maria Rosaria, ha scritto alla Gazzetta per lanciare un appello. «Tante volte ho pensato di contattare il giornale, ma non ho mai avuto il coraggio. Poi ho letto la storia del 54enne di Guidizzolo che si è tolto la vita perché era disoccupato da sei anni e ho deciso di scrivere. Mio figlio è depresso, sono in ansia, non voglio che accadano cose brutte». Giuseppe ha cercato un’occupazione in ogni modo. Curriculum, viaggi nelle città vicine. L’ultimo colloquio due giorni fa a Milano chiuso con il classico «Le faremo sapere». Uno stage di tre mesi in un supermercato di Castel Goffredo, persino un’esperienza in Germania da lavapiatti.

«È in grado di fare qualsiasi tipo di lavoro. La malattia non gli dà limitazioni dal punto di vista fisico ed è anche bravo col computer. Viaggia da solo, è indipendente. Ha studiato meccanica e da elettricista. Chiedo solo che qualcuno gli dia una possibilità, lo faccia provare. Lui è disposto a lavorare di notte, a svolgere le mansioni più umili. Non vogliamo la carità per lui, ma un lavoro».

Maria Rosaria vive con il convivente, con i due figli avuti con lui e con i tre frutto del primo matrimonio. La crisi picchia duro, in sette in famiglia è dura tirare la fine del mese anche se il Comune segue la famiglia attraverso i servizi sociali: «Per fortuna c’è l’assegno di disoccupazione del mio compagno. Due figli sono in età scolare, gli altri hanno occupazioni precarie. Tra questi c’è Mirko, che ha la stessa sindrome di Giuseppe. Mirko, però, si è diplomato alla scuola alberghiera ed è spesso in Germania per lavoro». Da qui l’appello: «Le aziende chiedono esperienza, ma se nessuno lo fa lavorare, come può fare ad accumularla? Mio figlio ha sopportato di tutto. Abbiamo bussato a mille porte, speriamo che qualcuna, prima o poi, ci venga aperta». (m.s.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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