Processo Pesci, spunta il caso delle minacce a un commercialista di Curtatone

 La testimonianza in aula: «Paga o ti brucio la casa. Mi piegai perché avevo paura per i miei figli»

INVIATA A BRESCIA. «Se mi vuoi fregare vengo a casa tua di notte, butto la benzina e ti do fuoco. Tu hai dei figli vero?». La minaccia era scritta nera su bianco nella denuncia presentata ai carabinieri, ma il caso venne archiviato. Era la primavera del 2012. Nicola Zamboni, commercialista di Curtatone, era stretto nelle grinfie avide di Antonio Rocca, che pretendeva cifre esorbitanti per i lavori di un cantiere a Grazie. Fatture con importi doppi rispetto al dovuto, richieste pesanti, minacce, e perfino «un’incollata al muro». Il nome del suo boss Nicolino Grande Aracri il muratore cutrese, da anni di stanza a Borgo Virgilio, a Zamboni non lo farà mai, ma il galateo è quello della cosca.

È qui a testimoniare al processo Pesci oggi, Zamboni: il suo nome è spuntato a sorpresa soltanto venerdì scorso, dopo che giovedì i due Pm Claudia Moregola e Paolo Savio hanno acquisito i verbali dei due interrogatori resi dal commercialista ai carabinieri di Mantova il 25 agosto e il 9 settembre. Dopo 4 anni le indagini hanno ripescato la storia di quest’uomo, finito sotto gli artigli di Rocca, «che mi era stato presentato da Luca Rossi come uno che poteva occuparsi dei lavori di Grazie, dove stavo costruendo un’abitazione e un bed and breakfast». Zamboni era in un’impasse, perché una delle ditte a cui l’impresa Barbiani di Gazoldo aveva subappaltato dei lavori, intestata a un moldavo, lo aveva mollato di punto in bianco, perché Barbiani non pagava. Cantiere bloccato con i ponteggi montati: vietato l’ingresso a chiunque, come dice la legge. Non a Rocca, però, «che nel giro di pochi giorni, come promesso da Rossi, fa ripartire il cantiere. Del moldavo Zamboni non sentirà più parlare. La Dema, l’impresa intestata alla moglie di Rocca, Deanna Bignardi, prende in mano l’intervento. Una parte dei lavori però verrà pagata da Rossi, che ha un debito con Zamboni di 20mila euro. Tutto fila liscio per qualche mese, fino all’estate 2011, quando il conteggio delle ore dell’impresa di Rocca comincia a salire in modo prima impercettibile «e questo l’avevo messo in conto» poi schizza alle stelle. Per l’intervento calcolato in 80mila euro Rocca, che ne ha incassati già il doppio, ne pretende ancora. E comincia a minacciare con modi muscolosi. «In ottobre abbiamo fatto un accordo alla presenza di Rossi per cui gli dovevo dare altri 30mila euro, poi a dicembre ne pretendeva altri 50mila» ricostruisce Zamboni con riscontri di assegni e bonifici alla mano. «Ho pagato perché volevo solo che questa storia finisse. Avevo paura per i miei figli».

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