'Ndrangheta, processo Pesci: «A Viadana c’era la centrale del racket»

In udienza il pentito Giglio ricostruisce il giro delle false fatturazioni: dagli Arena ai Grande Aracri

BRESCIA. L’odore della ’ndrangheta ancora una volta è la puzza acre degli incendi. Da quello del 2004 di Viadana, in cui i tre camion bruciati nell’azienda di Michele e Franco Pugliese, “la papera” e “culumusciu”, scatenò reazioni a catena fino all’omicidio di Pasquale Tipaldi a Cutro, per arrivare al rogo devastante del 2012 a Corte Aurelia, a due passi da Gonzaga, che mise in ginocchio un altro imprenditore cutrese, Domenico Bonifazio. Gli bruciarono tutti i mezzi per il trasporto della ghiaia, senza risparmiare nemmeno il muletto.

Semplici vittime? O collusi con la ’ndrangheta, con cui condividono interessi e metodi? Se per i Pugliese la risposta l’hanno già data le pesanti condanne per associazione mafiosa – che li riconoscono affiliati con la cosca degli Arena, radicata a Viadana – a sollevare gravi interrogativi su Bonifazio è nientemeno che Pino Giglio, l’imprenditore cutrese trapiantato a Gualtieri, appena condannato nel processo Aemilia a 12 anni e mezzo con rito abbreviato.

Diventato collaboratore di giustizia nello scorso febbraio, Giglio è oggi testimone al processo Pesci. In un sofferto collegamento in videoconferenza da un luogo segreto, interrotto da continue pause necessarie per il suo precario stato di salute, l’ex imprenditore dopo aver svelato gli affari legati al commercio e al trasporti della ghiaia, comprata in nero a metà prezzo nel Mantovano e rivenduta con margini da capogiro rispetto al mercato, ha ricostruito – attraverso le domande del Pm della Dda bresciana Paolo Savio – gli affari della cosca degli Arena nel Viadanese, «dove si era insediata mezza Isola di Capo Rizzuto».

Cosca che gestiva il giro degli autotrasporti tra il nord e la Calabria, tra faide familiari, alleanze e vendette. E ricatti: «Io stesso davo “regali” ai Pugliese, a Natale e a Ferragosto. Erano doni obbligati, per svariati milioni di euro. Con loro ero entrato nel giro delle false fatturazioni». Truffe sulle accise, sull’Iva, che con l’attività di ricettazione portavano, racconta Giglio, a guadagni di centinaia di migliaia di euro ogni mese. «Frequentavo Pugliese, Pasquale Riillo (a processo in Aemilia, ndr), tutti gli amici erano lì». Tra estorsioni e società fittizie, a Viadana avevano trovato l’America.

Nel 2008 il passaggio dagli Arena ai Grande Aracri, attraverso Nicolino Sarcone e Gaetano Blasco, referenti del boss, che aiutano Giglio a ripianare dei debiti milionari in cambio dell’accesso al giro redditizio delle false fatture imparato con “i Viadanesi”. «Metà della loro parte di guadagni lo mandavano giù a Nicolino Grande Aracri». Nello stesso giro, rivela Giglio, era entrato anche Domenico Bonifazio, che aveva un’azienda di trasporti tra Suzzara e Gonzaga.

«Lui faceva fare fatture false a Blasco e Sarcone, ma poi subì controlli della Finanza e sospese tutto. Loro cercarono di fargli cambiare idea: per questo gli sono stati incendiati tutti i camion, con un danno di più di 500mila euro. Si pensava che il rogo fosse stato appiccato per una storia di debiti con un certo Natale Badalamenti, un siciliano con precedenti penali. Tutte balle. Lui comprò altri camion, ma il giro delle false fatture si fermò a causa delle indagini della Procura».

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