È emergenza letti: negli ultimi 30 anni sono stati dimezzati

Al Poma erano un migliaio nel 1987: oggi sono circa 500. Nuovi casi di anziani lasciati in barella per un giorno intero

MANTOVA. Medici richiamati in servizio nel giorno di riposo per l’assenza dei colleghi ammalati. Anziani visitati e lasciati nel corridoio per una notte intera in attesa che si liberi un posto in reparto e altri rimandati a casa a dormire nel proprio letto e convocati il giorno dopo in un altro ospedale convenzionato.

Prosegue l’emergenza posti letti al Carlo Poma dovuta principalmente al grande afflusso di questi giorni caratterizzati dal picco dell’influenza.

Ma al di là dell’incremento degli accessi al pronto soccorso, che giorni fa hanno fatto dire al responsabile regionale del 118, Alberto Zoli, che il «sistema è saturo», c’è un altro motivo per cui soprattutto nei periodi invernali e di grande freddo l’emergenza posti letto al Poma sembra non avere fine: negli ultimi 30 anni la capacità ricettiva nella struttura di strada Lago Paiolo si è dimezzata. Nel 1987 i posti letto erano quasi un migliaio, oggi sono diventati mediamente 500.

LA CORSA AI RIPARI

È pur vero che in questi giorni i vertici sanitari hanno disposto l’apertura di letti aggiuntivi a causa delle tante richieste di ricovero (una decina tra Poma e Pieve di Coriano e 17 a San Pellegrino di Castiglione delle Stiviere), ma è altrettanto vero che il personale è sempre lo stesso e che a fronte di un forte aumento della richiesta il numero di medici e infermieri resta invariato. Dal periodo pre-natalizio al pronto soccorso di Mantova arrivano più di cento persone nell’arco delle 24ore. Molti, è giusto dirlo, sono codici bianchi e verdi, con sintomi influenzali leggeri, ma altri vengono codificati come codici gialli e rossi e per loro è necessario il ricovero in reparto. Ed è lì che ha inizio la caccia al tesoro.

LA MANNAIA

Negli ultimi 30 anni la mannaia ha colpito con severità: i posti letto nel 1995 erano 822, scesi a 670 cinque anni dopo, diventati 570 nel 2014 e poi di nuovo ridotti a circa 500 ai giorni nostri. A livello aziendale la nuova Asst, composta dagli ospedali di Mantova, Pieve di Coriano, Asola e Bozzolo oggi ha a disposizione 776 posti letto. Nel 2001 erano 1.420. A conti fatti la forbice finora ha sempre dimezzato la capacità ricettiva. E le conseguenze si sentono ogni giorno. Giusto dire che oltre alle strutture che fanno capo alla Asst di Mantova la nostra provincia offre anche altri ospedali privati accreditati e convenzionati al servizio sanitario nazionale. Le strutture sono sei per un totale di altri 500 posti letto che fanno quindi arrivare il totale a quota 1.276 letti (rispettato il parametro del 3 per mille/abitanti dei posti per acuti). Ma il numero che grida comunque vendetta rispetto ai 1.929 della provincia di Cremona, oggi accorpata a Mantova nella Ats Val Padana. Calcolatrice alla mano la differenza tra le due province è di 653 letti ospedalieri in meno a nostro svantaggio.

NONNA E NONNO

E proprio nelle ultime 24ore sono due gli episodi da segnalare: una donna di 92 anni con febbre arrivata al pronto soccorso del Poma alle 10 di domenica mattina e rimasta su una barella nel corridoio del reparto fino alla mattina successiva in attesa che si liberasse un letto in reparto e un anziano bisognoso di un ricovero che è stato rimandato a casa a dormire nel suo letto e riconvocato il giorno dopo per un ingresso in San Clemente.

MAXI REPARTI DEL PASSATO

Bei tempi, dirà qualcuno, quando alla fine degli anni Ottanta alcuni reparti potevano contare fino a un centinaio di letti. Era il periodo in cui i primari “pesavano” il loro potere in ospedale in base al numero dei pazienti che riuscivano ad ospitare giornalmente. Oggi i tempi sono nettamente cambiati, una buona fetta di materassi e lenzuola sono finiti in mano ai privati e anche la gestione del paziente ha subito profonde modifiche. Tecnologie e terapie hanno ridotto drasticamente il numero dei giorni di degenza e le dimissioni vengono firmate più velocemente. Più alto il turnover, meno bisogno di posti letto. I pazienti, inoltre, sono finiti centro delle aree dipartimentali e la tendenza non è più quella di “far girare” l’ammalato, ma piuttosto di portare il medico nel raggio d’azione del suo letto.

RIFORMA E PROMESSE

Infine, la riforma regionale voluta da Maroni. È operativa da un anno e almeno sulla carta ha individuato diverse strutture intermedie a media e bassa intensità di cura allo scopo di alleggerire il carico degli ospedali per acuti e fornire un valido supporto logistico tra il momento delle dimissioni e il rientro a domicilio. Ebbene, per il momento sono stati scelti diversi acronimi per definire questi modelli organizzativi che daranno respiro ai grandi ospedali: i Pot (presidio ospedaliero territoriale) e i Presst (presidi socio sanitari territoriali). Nel frattempo i pazienti restano in febbricitante attesa.

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