Donato a Pavia l’intero archivio di Bellintani

Umberto Bellintani

Le carte del poeta di Gorgo al Centro Manoscritti dell’Università assieme a quelle di Montale, Calvino e altri

SAN BENEDETTO PO. Insieme con Montale, Calvino, Zavattini, Quasimodo, Sereni, Ennio Flaiano, ma anche col maestro Gavazzeni e Rita Levi Montalcini: le carte private di Umberto Bellintani sono ora al Centro Manoscritti Maria Corti dell’Università di Pavia.

Così ha deciso Rita, figlia del poeta di San Benedetto Po, morto nel 1999. «Mi contattò l’anno scorso il sindaco Mattia Palazzi, tramite un amico caro e preparato, affinché lasciassi i manoscritti alla Biblioteca Teresiana. Ne fui naturalmente gratificata, ma fin dalla morte di mio padre sapevo che li avrei consegnati a Pavia: il Fondo Maria Corti è il miglior Istituto europeo finalizzato alla conservazione manoscritti d’autore. Anni prima, una proposta mi era venuta dall’assessore alla cultura di Mantova Eristeo Banali e da Graziano Mangoni per la Fondazione Bam». Una collocazione prestigiosa dunque per le carte che Rita Bellintani ha recuperato nella casa di Gorgo di San Benedetto Po dove suo padre volle rimanere tutta la vita.

Nonostante l’esaltante esperienza anteguerra dell’Istituto d’Arte alla Villa Reale di Monza come scultore migliore allievo di Marino Marini. E nonostante, dopo tre anni di lager in Germania e Polonia, il successo di sorprendenti esordi come poeta che gli aprì le porte del mondo intellettuale e artistico a Firenze. E a Milano, dove già da studente frequentava artisti, spesso con l’architetto Pagano, insegnante a Monza poi morto ad Auschwitz. A Milano fu invitato a insegnare, ma rifiutò.

«Non fu una scelta serena - ci racconta Rita -, mio padre fu sempre dilaniato tra il legame fortissimo con le sue radici nella terra del Po di San Benedetto, a Gorgo, e, cosciente del proprio talento, la possibilità di una vita ricca di relazioni adeguate. Le coltivò con continuità e grande forza emotiva, ma quasi solo per corrispondenza. L’abbandono della scultura, lo pagò con una sofferenza che non venne mai meno. Oltre a sostituirla con disegni bellissimi più che altro a matita, scriveva riciclando sempre qualsiasi pezzo di carta avesse sottomano, persino le buste delle lettere ricevute». Rita ricorda: «Mio padre teneva sul comò nella ex stanza dei nonni una bellissima Olivetti nera (conobbe personalmente il mitico Adriano Olivetti) e ci scriveva in piedi. Quando si guastò, comprò una banale macchina elettrica e la mise sul comodino per via della presa, così stava seduto. Quando invece scriveva a mano o disegnava, si appoggiava al lettone dei nonni sopra pacchi di riviste e usava una vecchia seggiolina di legno».

Perché ha consegnato a Pavia dopo tanto tempo? Ho dovuto fotocopiare tutto per me, salvo gli ultimi ritrovamenti a Gorgo quando il Comune di San Benedetto, con il sindaco Marco Giavazzi, felicemente festeggiò nel 2014 il Centenario della sua nascita. Penso al grosso lavoro della conservatrice del Museo Federica Guidetti per la mostra e della bibliotecaria Anna Luppi per la ristampa di Forse un viso tra mille del 1953. Mentre fotocopiavo, in parte leggevo, talvolta mi commuovevo o ne ricavavo sorprese. Ritrovavo quella sofferenza di mio padre che conoscevo bene, la sua complessa sensibilità e insieme la sua rabbia.

Non mi sentivo di farlo a tempo pieno, dopo una vita di 30 anni in ufficio, che era stata per una prigione come per lui. Mi hanno aiutato delle amiche: Elena Maria Faccioli, la mia insegnante di Tai Chi di Villafranca (affascinata nel sapere che conservavo migliaia di carte di un poeta che per 35 anni si era rifiutato di pubblicare) per mesi e mesi spolverò con un piumino antistatico tutte le pagine con gran delicatezza. E le contavamo. Per la bella mostra del 2014 al Museo di San Benedetto Po, ebbi il rassicurante aiuto di persone di cultura come Elia Malagò, Nella Roveri, Annarosa Baratta e dell’artista Afro Somenzari. Poco prima della consegna, con il tavolo di casa carico di cartelle chiuse in faldoni, è stata essenziale Anna Maria Lorenzoni, ex funzionaria dell’Archivio di Stato di Mantova e Accademica Virgiliana, la prima a orientarmi verso il Centro Manoscritti di Pavia, dove le carte di mio padre saranno catalogate, conservate e consultate da studenti e ricercatori.

L’anno scorso si è laureato a Pavia il giovane milanese Gabriele Stilli con la tesi Bellintani indagatore dell’arcano: leitmotiv di un percorso poetico. Quanto materiale si tratta? Con Elena abbiamo contato oltre 5.300 poesie anche inedite, 2.300 lettere e centinaia di racconti, tutti centrati su un eros contadino assai rustico e carnale, del tutto lontano dalla dolcezza lirica di tante poesie, quindi inaspettato e nuovo. Che cosa ha tenuto per sé? Fotografie sue e di famiglia, suoi oggetti e tutti i disegni. Le sculture rimaste sono pochissime: una all’Umanitaria di Milano, un’altra ai Musei Civici di Monza e una in Spagna come proprietà privata.

C’è qualcuno da citare? Il giornalista Tg3 Lombardia Dario Biagi (nipote di Enzo) intervistò mio padre nell'agosto 1999, al Ricovero di San Benedetto e si offrì di curare il ricco epistolario, consapevole del valore letterario; Suzana Glavas di Zagabria, assistente universitaria a Napoli, è la studiosa più accreditata della poetica di Bellintani; Alberto Crespi, critico d'arte di Monza e amico di un compagno di scuola di mio padre, nel 2013 sondò la presidente del Centro, Maria Antonietta Grignani. Le feci sapere che ne avevo l’intenzione, senza dare scadenze. L’ho cercata nel marzo 2016: è schietta, ho stabilito ottimi rapporti. È poi venuta lei stessa a casa mia con un autista dell’università a prendere i faldoni pieni di cartelle.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi