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Pareti di marmo e passeggiata: il nuovo volto di piazza Sordello

Inaugurata la struttura che ospita i mosaici romani: 650mila euro pagati da Comune e Regione. Soddisfatta la progettista Ferro: «Ora la gente potrà scoprire che c’è una Mantova archeologica». VOI COSA NE PENSATE? VOTA NEL SONDAGGIO

di Monica Viviani
2 minuti di lettura

MANTOVA. «Mi piace l’idea che le persone passando da piazza Sordello si fermino qui per scoprire che c’è anche una Mantova archeologica. E’ per questo che è nata». E’ un po’ emozionata Luisa Ferro, docente di composizione architettonica e urbana del Politecnico nonché esperta di progettazione in aree archeologiche, mentre, in un vorticoso alternarsi di critiche e complimenti, guarda il suo progetto diventato realtà. Costata 650mila euro e finanziata dal Comune nel bilancio 2013 (lo stesso anno in cui il progetto venne commissionato al Politecnico dall’allora giunta Sodano) con un contributo di 200mila euro della Regione, eccola la passeggiata archeologica ideata per proteggere i resti dalla domus romana e farne al contempo museo.

[[(Video) Fb Live - Mantova, inaugurazione della Domus: la spiegazione dei mosaici]]

LA PASSEGGIATA. Un’isola di 18 metri per 20 appoggiata sui ciottoli degradanti e delimitata da muri in marmo di Lessinia «scelto perché è quello - spiega Ferro - caratteristico di questa piazza».Uno scivolo sul lato lungo e due brevi scalinate che si affacciano su questura e via Tazzoli consentono di accedere a uno spazio aperto, pavimentato a piastrelle dai toni rosa alternate a grigi lastroni, che vuole evocare la corte dell'antica domus. Da qui si passa al modulo successivo e a segnare il confine tra la domus suggerita e i resti di quella scoperta nel 2006 spiccano tre colonne bianche. Il cuore coperto è la vera parte archeologica della passeggiata con i pavimenti arricchiti da mosaici, recuperati a un metro e mezzo di profondità, visibili attraverso una lunga vetrata che si ferma prima di toccare il soffitto, per consentire al pavimento di respirare. Gli scavi hanno riportato alla luce tre pavimentazioni: una a tessere bianche con treccia multicolore e cornice nera; una seconda in cocciopesto candido; un mosaico colorato con le figure di Marte con elmo e corazza accanto a Venere parzialmente coperta da un manto azzurro fra animali acquatici e vegetali. Qui un alternarsi di ghiaia rosa e grigia punta a suggerire le parti mancanti della decorazione così come la presenza di muri che un tempo delimitavano le stanze. «Il soffitto è in legno - spiega ancora la progettista - è una struttura che si regge da sola e questo ci ha consentito di ridurre l’altezza di 10-15 centimetri. Si tratta di una soluzione mai utilizzata prima».

[[(Video) Fb Live - Mantova, inaugurazione della Domus]]

I PERCHÉ DI UNA SCELTA. A spiegare i perché di una scelta architettonica «che aggiunge valore al patrimonio della città anche se continuerà a suscitare dubbi» è stato Giuseppe Stolfi della Sovrintendenza archeologica, belle arti e paesaggio: «Lo scopo era valorizzare questi mosaici di grande importanza per la città, c’erano diverse scelte a suo tempo discusse: re-interrarli, rimuoverli e trasportarli in un museo o conservarli in situ. La scelta fatta dal ministero nel 2008 e poi confermata nel 2011 è stata la terza. Una scelta molto impegnativa che va a favore di una maggiore capacità comunicativa rispetto al trasferimento in un museo che sarebbe stato più facile».

Scelta che Stolfi oggi difende: «Questa architettura non va vista come fine a se stessa - ha dichiarato davanti alla piccola folla radunata per l’inaugurazione - ma come un mezzo per la valorizzazione di un bene archeologico. L’interno è bello e suggestivo e vuole evocare la domus, l’esterno si confronta con il contesto con misura. Non sono state fatte scelte eclatanti chiamando magari un archistar o usando materiali attuali, è stata fatta una scelta di discrezione, di arricchimento del patrimonio culturale». Una strada sostenuta «sin dal ritrovamento di dieci anni fa» dal Mibact come ricordato dal segretario per la Lombardia Marco Edoardo Minoja: «Qui facciamo incontrare la città con il suo sottosuolo e le sue origini. In uno scavo urbano una città si confronta con la parte fondamentale della propria storia. Senza memoria non esiste la città di domani».

PRIME CRITICHE. Una scelta che il sindaco Mattia Palazzi dice avrebbe fatto diversa e che ha fatto storcere il naso a più di un architetto che non ha esitato a definirla “respingente” rispetto a una fruibilità pubblica della piazza contestandone materiali e soluzioni compositive. Tra loro l’ex assessore Giampaolo Benedini che, ricorda, «non ero più in giunta con Sodano quando venne approvato il progetto»: «Io avrei fatto una scelta di visibilità virtuale lasciando la piazza nella sua dimensione - dice - poi ci avrei fatto lavorare giovani architetti e non professionisti dell’università, magari con una gara».Già, quel concorso di idee che poi finì nel nulla.

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