Nuovo blitz al Poma, i Nas prelevano altre cartelle cliniche

Cinque ore di sopralluogo in Radiologia e direzione generale. Nel mirino le terapie locoregionali «fuori dalle linee guida»

MANTOVA. Nel muro di riservatezza sollevato dalla Procura sull’inchiesta che riguarda i trattamenti chemioterapici adottati nel reparto di Oncologia ogni tanto si apre uno spiraglio. Stavolta un barlume sul caso giudiziario viene dalla presenza al Poma dei Nas: i Nuclei antisofisticazioni e sanità dei carabinieri si sono presentati mercoledì mattina in ospedale per prelevare un numero imprecisato di cartelle cliniche relative a pazienti curati nel reparto di Oncologia. I carabinieri, non in divisa ma in abiti civili com’è costume dei Nas, hanno raggiunto prima gli uffici della Direzione generale, quindi si sono fatti accompagnare nel reparto di Radiologia, dove vengono somministrati materialmente (sotto la guida di apparati radioscopici) i trattamenti chemioterapici locoregionali per via intrarteriosa. Quelle stesse cure, la cui appropriatezza è al centro dell’inchiesta aperta all’inizio dello scorso anno dalla Procura di Mantova che ha indagato il primario Maurizio Cantore con l’ipotesi di omicidio colposo plurimo.

Chi ha inviato i carabinieri dei Nas mercoledì al Poma? È stato il sostituto procuratore Giacomo Pestelli, titolare dell’inchiesta giudiziaria, per integrare gli elementi di prova già inseriti nel fascicolo o per le necessità del consulente che lo sta affiancando nell’indagine? O invece il sopralluogo dei nuclei specializzati dell’Arma porta la firma del ministro della sanità Beatrice Lorenzin, causa la polemica seguita alle sue dichiarazioni – in risposta al deputato mantovano cinquestelle Alberto Zolezzi – sulle terapie locoregionali adottate dall’Oncologia del Poma «fuori dalle linee guida»? Difficile capirlo, visto il riserbo con cui magistrati, ospedale e lo stesso ministero si muovono sul caso.

Il primario Maurizio Cantore

Nel fascicolo della Procura in questo momento ci sarebbero almeno quindici casi clinici di pazienti oncologici con metastasi, tutti deceduti. Secondo le due oncologhe firmatarie dell'esposto che ha dato origine all’inchiesta giudiziaria, alcuni di questi malati (sofferenti di cancro al polmone, al colon e di melanomi) avrebbero dovuto essere curati con farmaci a bersaglio molecolare, medicinali che hanno un alto costo per gli ospedali e un rimborso scarno da parte della Regione. Il dubbio delle due dottoresse è che, invece di adottare queste cure, nel pieno rispetto delle linee guida, il primario abbia scelto di somministrare ai pazienti terapie locoregionali, quindi farmaci che hanno un basso costo per l'ospedale a fronte di un sostanzioso rimborso da parte della Regione. Quindi il Poma avrebbe risparmiato molto, e il reparto raggiunto il suo obiettivo di budget, a scapito della validità delle terapie somministrate? Questo il dubbio, terribile, che sta cercando di sciogliere l’inchiesta giudiziaria.

Dopo l'esposto inoltrato a fine 2015, le due oncologhe erano state trasferite e quindi, nell'agosto dello scorso anno, reintegrate nell’incarico in reparto dalla direzione dell’azienda sanitaria, a seguito di un accordo firmato davanti al giudice del lavoro.

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