Lucia, il racconto choc dell’agguato con l'acido

L’avvocato sfregiata nel 2013 da due sicari mandati dall'ex fidanzato incontra gli studenti in assemblea al teatro Ariston

La testimonanza di Lucia Annibali

MANTOVA. «Un’esperienza estrema che ti tempra, se riesci a superarla». Così Lucia Annibali, l’avvocatessa di Urbino sfregiata in volto con l’acido nel 2013 da due sicari mandati dell’ex fidanzato, ha descritto la sua terribile vicenda. La donna ha portato la sua testimonianza all’Ariston all’assemblea degli istituti Isabella d’Este e Carlo D’arco.

Lucia Annibali parla agli studenti degli istitutok D'Este e D'Arco

Più di 450 gli studenti presenti che, toccati dalla storia dell’avvocato, non hanno avuto tentennamenti nel prendere in mano il microfono per formulare domande. «Ogni volta che si vive un dolore – consiglia la Annibali – bisogna sapere fare leva sulla speranza. La forza per superare momenti drammatici bisogna trovarla innanzitutto dentro se stessi».

A spingerla a trovare le energie per continuare a vivere è stato il desiderio di avere una vita dignitosa, anche più bella e soddisfacente di prima. Per superare l’accaduto sono serviti poi tanti elementi. I medici e numerosi interventi, l’affetto e la vicinanza delle persone care, la comprensione nelle fragilità e nelle sofferenze. Ma anche gesti di amicizia e di gentilezza ed una forza di volontà quotidiana. «Il giorno della violenza mi ero subito insospettita vedendo il tavolo spostato con la sedia appoggiata sopra. E’ sbucata poi una persona travestita di nero. Era come se fossi stata catapultata in una serie televisiva thriller nella scena in cui lo psicopatico irrompe in casa. Non riesci a credere che stia succedendo proprio a te. Paura di morire e incredulità sono i primi sentimenti, ma poi si è innescata quella repentina capacità di reazione che salva la vita e ho iniziato a chiedere aiuto».

L’avvocatessa ricorda poi la corsa in ambulanza da Pesaro al centro ustioni di Parma. Un viaggio infinito di due ore. Da quel giorno sono stati 18 gli interventi necessari per ricostruire un viso che non c’era più e per recuperare la vista. All’ex fidanzato la cassazione ha confermato la condanna a 20 anni di carcere per tentato omicidio, stalking e per reati minori propedeutici all’aggressione. «Non si può parlare di raptus – spiega – perché i segnali che potevano indicare la pericolosità dell’individuo c’erano. Una volta colti non è però facile prendere le distanze velocemente dal soggetto, entrano in campo i sentimenti. L’altra persona poi mette in atto tutte le strategie per non lasciarti andare. Riconquistare libertà di movimento e di pensiero è un percorso complicato».

Un rapporto sano, sottolinea infine la Annibali, è basato sullo scambio e sul rispetto. Per viverlo correttamente bisogna essere innanzitutto consapevoli di se stessi e non lasciarsi modificare e plasmare dall’altro.
Barbara Rodella

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