Frode del grana, parla Berni: «Quel marchio era conforme»

Il mantovano Stefano Berni, direttore del Consorzio di tutela del Grana Padano, ha commentato l’ultimo passaggio dell’inchiesta che lo vede indagato con altri 26 per la presunta frode della marchiatura alle forme difettate

MANTOVA. «Sono soddisfatto che, dopo il giudice delle indagini preliminari, anche il Tribunale della libertà di Bologna abbia ritenuto inapplicabili le misure cautelari richieste dal pubblico ministero che, voglio precisare, nel mio caso non sarebbero stati gli arresti ma una limitazione geografica degli spostamenti». Così il mantovano Stefano Berni, direttore del Consorzio di tutela del Grana Padano, ha commentato l’ultimo passaggio dell’inchiesta che lo vede indagato con altri 26 per la presunta frode della marchiatura alle forme difettate.
«Del resto ero molto sereno – aggiunge Berni – l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio che mi viene addebitata non l’ho commessa e gli organismi direttivi e di vigilanza del Consorzio Grana Padano, visionata la documentazione, hanno ritenuto il mio comportamento non solo conforme alle norme ma doveroso e inevitabile rispetto alle errate contestazioni verso un sistema di marchiatura da sempre in essere».
«Era successo – prosegue – in un’indagine più ampia, partita da nostre segnalazioni ai carabinieri del Nac di Parma il 4 ed il 17 settembre 2013 per irregolarità rilevate alla Nuova Castelli a cui, qualche mese dopo, sono seguite anche quelle del Consorzio Parmigiano Reggiano, che gli inquirenti ritenessero marchiabile solo il Grana Padano della categoria “scelto” mentre da sempre, nel rispetto di regolamenti consortili, usi e disposizioni pubbliche, va marchiato anche il Grana Padano delle categorie “zero” e “uno”. Il reato di abuso d’ufficio attribuitomi era di aver fatto presente, inviando la documentazione come mio preciso dovere, questo stato dei fatti, perché non venisse considerato non idoneo Grana Padano “zero” e “uno” che invece, tutti i giorni in tutti i caseifici, viene marchiato da sempre. La documentazione aveva indotto il dissequestro da parte di un giudice, per altro diverso da quello che aveva respinto la richiesta di misure cautelari, di oltre il 65% delle forme marchiate Grana Padano perché valutate idonee al marchio perciò regolari».

 

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