Il processo Lagocastello resta a Roma 

La Cassazione accoglie le richieste dei difensori e interrompe il ping pong con Brescia. Genovesi: «Riaffermato un diritto»

MANTOVA. Resta a Roma il processo sull’affare Lagocastello: così ha deciso la Corte di Cassazione, interrompendo il ping pong tra Brescia e la Capitale. La vicenda è quella della presunta corruzione per superare i vincoli ambientali e artistici sulle sponde del Lago Inferiore che avevano congelato il cantiere di Antonio Muto. Vicenda stralciata dal faldone dell’inchiesta Pesci – sulle infiltrazioni ’ndranghetiste nel tessuto mantovano – dal giudice per l’udienza preliminare di Brescia Vincenzo Nicolazzo, che nel gennaio del 2016 aveva trasferito gli atti a Roma.
Sette gli imputati: l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano (accusato anche di abuso d’ufficio e peculato), il costruttore Antonio Muto, l’ex presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, i due ex senatori di Forza Italia Luigi Grillo e Franco Bonferroni, l’ex consigliere comunale di Reggio Emilia TarcisioCostante Zobbi e l’affarista veronese Attilio Fanini.

Secondo l’accusa i sette, a vario titolo e in fasi diverse, avrebbero esercitato pressioni su ministero e Consiglio di Stato per aggiustare la pratica Lagocastello, lottizzazione larga 200 villette più un hotel su un’area di 400mila metri quadrati. L’ex sindaco sarebbe entrato in azione due mesi dopo la bocciatura del Consiglio di Stato, per strappare l’assenso del ministero per i Beni e le Attività Culturali a un nuovo progetto ridimensionato. «A motivo di vicendevoli interessi di natura privata» annotano i carabinieri del nucleo investigativo di Mantova.


Trasferiti a Roma, a luglio 2016 gli atti della presunta corruzione Lagocastello rimbalzano nuovamente a Brescia per iniziativa del Gup della capitale, Donatella Pavone, che solleva un conflitto negativo di competenza. Si arriva così alla Cassazione, chiamata a sbrogliare il nodo una volta per tutte: per le motivazioni della sentenza occorrerà attendere ancora, ma la decisione era nell’aria. Così dopo la requisitoria del procuratore generale, che aveva avallato i pareri dei difensori, tutti concordi nell’indicare come sede naturale del processo Roma, dove sarebbe avvenuta la presunta corruzione. In punta di diritto, l’aggancio dei difensori è alla norma secondo cui è il reato più grave a stabilire la competenza territoriale: nel caso Lagocastello la corruzione in atti giudiziari, che prevede pene dai 6 ai 12 anni.
«Si afferma un principio cardine – commenta il legale dell’ex sindaco Sodano, Sergio Genovesi – ciascuno ha diritto di essere processato dal suo giudice naturale, destinato dalle norme». Per Genovesi il groviglio attorno alla vicenda Lagocastello è «tutto figlio della bulimia accusatoria e di una precisa tecnica». Bulimia perché «si è voluto tirar dentro per forza l’ex sindaco Nicola Sodano quando, a una lettura serena del materiale, non s’individua alcuna traccia di prova». La tecnica, che dalla bulimia deriverebbe direttamente, «è quella d’infilare in un unico capo d’imputazione tutto e il contrario di tutto, la corruzione, l’abuso e la violazione del segreto d’ufficio».
Ribadisce l’avvocato che a decidere la competenza territoriale è il reato più grave: insomma, «sarebbe bastata un po’ più di ragionevolezza». Non vuole alimentare polemiche Genovesi, ma ripete la propria soddisfazione per una sentenza che riafferma il diritto a essere giudicato da un giudice terzo e imparziale (il riferimento è all’articolo 111 della Costituzione), «che non può essere il tribunale del popolo».
 

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