Stangata per il medico infedele. «Paghi al Poma 366mila euro»

L’ex ortopedico di Pieve di Coriano aveva visitato in nero e senza autorizzazione i pazienti. Nel suo studio fu trovato mezzo milione in contanti. La difesa: «Li ho vinti a poker e a biliardo»

MANTOVA. Era stato assolto dal tribunale dall’accusa di evasione fiscale, ma i patemi d’animo per lui non sono finiti. Gli è arrivata, ora, la mazzata della Corte dei conti regionale che, seppur in primo grado, lo ha condannato per danno erariale nei confronti dell’Azienda ospedaliera Poma. Così Carlo Alberto Calciolari, l’ex ortopedico dell’ospedale di Pieve di Coriano a cui nel 2013 erano stati sequestrati 544.580 euro in contanti, frutto in parte di attività professionale in nero, dovrà restituire 366.449,56 euro, più la rivalutazione dal 2012 ad oggi e gli interessi legali maturati dal deposito della sentenza, avvenuto l’11 maggio, sino al saldo effettivo. E dovrà anche, ma è il male minore, sostenere le spese di lite fissate in 359 euro. I magistrati contabili hanno riconosciuto il danno erariale causato dal suo comportamento all’attuale Azienda socio-sanitaria territoriale Poma. Hanno accolto, però, in parte la sua linea difensiva che puntava a giustificare quel mezzo milione come frutto di una vincita al gioco d’azzardo, poker e biliardo, di cui il medico ha detto di essere un «habitué».


APPELLO. La vicenda non è finita. Calciolari, oppure la stessa procura regionale (che aveva chiesto la restituzione di oltre 700mila euro), può ricorrere in appello a una delle sezioni centrali della Corte dei Conti a Roma. Se si sceglierà questa strada (l’avvocato dell’ortopedico è Paolo Gianolio), l’appello comporterà la sospensione automatica della sentenza, a meno che la sezione centrale non decida subito, prima di entrare nel merito del ricorso, che la sentenza sia esecutiva.


SEQUESTRO. Tutto era cominciato nel 2013 quando la Guardia di Finanza aveva sequestrato 544.580 euro in contanti che il medico, ora 63enne, teneva nel suo studio privato a Bagnolo San Vito, dove risiede. Per le Fiamme Gialle quei soldi erano frutto dell’attività che l’ortopedico, dirigente medico all’ospedale di Pieve, svolgeva in regime privato pur non potendolo fare. Non solo. Riceveva i pazienti e li visitava dietro la corresponsione di somme in nero, senza la relativa ricevuta (lo confermano le testimonianze rese alla Guardia di Finanza). Calciolari aveva scelto il regime di intramoenia allargato: visite private in ospedale e nel suo studio di Bagnolo, dietro versamento di una percentuale al Poma. Solo che, senza autorizzazione, aveva aperto un altro studio a Moglia. La Corte dei Conti ha riconosciuto che dal 2008 al 2012 aveva svolto attività extramoenia in due studi, di cui uno non autorizzato dal Poma; che aveva ricevuto soldi in nero e che non aveva versato il corrispettivo all’azienda.


RESTITUZIONE. La procura della Corte dei conti aveva chiesto la restituzione di 702mila euro: i 544.580 euro sequestrati nello studio e i 158.321,57 euro lordi che il Poma aveva versato al medico come indennità che spetta al dirigente che svolge attività intramoenia allargata (e a cui, invece, non ha diritto chi fa l’extramoenia, fuori dall’ospedale, come è stato accertato faceva l’ortopedico). Il punto a favore di Calciolari è relativo alla somma finale che dovrà restituire.


I giudici hanno stabilito che una parte dei soldi trovati nel suo studio poteva essere frutto di «lecito accantonamento di denaro contante» o di «altra entrata personale, anche per vincite di gioco». Per questo hanno ridotto la somma «percepita senza versamento o ritenuta di spettanze fiscali» a 300mila euro. I giudici hanno anche dato un taglio notevole all’indennità percepita indebitamente, portandola da 158.321,57 euro come chiedeva la procura, a 66.449,59, la parte netta della retribuzione depurata da oneri fiscali e previdenziali.


LICENZIAMENTO. Per Calciolari la somma non riversata al Poma, e quindi il danno erariale, si limitava a 1.111,49 euro. Quanto alla libera professione, sostiene che si era solo fatto rimborsare dai pazienti un farmaco e che, comunque, tutti gli incassi dalle parcelle, tra i 30 e i 90 euro, erano stati dichiarati nelle denunce dei redditi (8-9mila euro all’anno). Non solo. Il conto lo aveva già pagato, e salato, col patteggiamento a due anni per peculato, col licenziamento con preavviso da parte del Poma (ciò gli aveva consentito di dimettersi prima e di andare in pensione), con la confisca di 70mila euro andati allo Stato e con il sequestro preventivo di 256.548 euro (poi restituiti). Per i giudici contabili la condotta «palesemente dolosa» meritava la condanna.

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