L’orto dei frutti naturali, qui si coltiva la dignità

La cooperativa Hortus dà lavoro a chi l’ha perso e agli svantaggiati  Tra i cinque dipendenti tre donne maghrebine: la nostra vita è cambiata

MANTOVA. Coltivano zucchine, insalata belga, cavolo, pomodori, ma il vero prodotto d’eccellenza che esce da questi orti è la dignità. Un calcio agli aiuti buonisti, all’assistenzialismo, alle elemosine per alleggerirsi la coscienza. Qui si coltiva orgoglio, mestiere, fierezza per i risultati ottenuti con sudore e testardaggine. Hortus, la cooperativa sociale mantovana inserita nella rete agricoltura sociale Lombardia punta sull’inclusione lavorativa come risposta allo svantaggio. Sembrerebbe uno slogan, se non fosse che prima all’orto delle suore Ancelle della Carità di Dosso del Corso e poi qui, a Mottella, nella sede della comunità Mamrè, attraverso il lavoro agricolo uomini e donne che stavano vivendo situazioni di disagio economico e sociale hanno trovato la loro occasione di risollevarsi. Per dare alle loro giornate il ritmo del lavoro e cibo e tranquillità alle loro famiglie.



La cooperativa muove i primi passi nel 2014, con il sosteno della Fondazione comunità mantovana e Fondazione Bonoris, come spiega Marco Pirovano, volontario e uno dei soci fondatori, «da alcuni componenti del Centro di pastorale sociale e del lavoro con l'appoggio della Caritas di Mantova, è nata la volontà di dar vita a Hortus. Volevamo realizzare un progetto concreto di lavoro agricolo che fosse un segno concreto di solidarietà e attenzione a chi il lavoro non lo trova, non lo ha mai avuto o l'ha perso».

«Il lavoro permette di esprimere le capacità e competenze di ciascuno. Questi aspetti sono particolarmente veri per chi si sente escluso e soprattutto nel caso di donne straniere, talvolta poco considerate già all'interno della propria famiglia - racconta Sara Nicolini, attuale presidente di Hortus, che evidenzia «che la cura e l’attenzione alle relazioni con le persone che lavorano insieme a noi, portano a valorizzare le differenti culture dei paesi di origine, le religioni e le tradizioni». Oggi la Hortus ha cinque dipendenti, tre delle quali donne maghrebine, occupate soltanto la mattina e un gruppo di volontari. Insieme si occupano della coltivazione e vendita diretta di frutti e ortaggi, eseguita con metodi totalmente naturali, alla vendita di prodotti trasformati, fino alla consegna a domicilio dei prodotti, ai servizi di catering per eventi pubblici e privati. «Un esempio? Nei prossimi fine settimana saremo impegnati con la festa dei popoli, con Woodstock, dovremo fornire coperti per 700 persone».



Su le maniche e testa bassa per farcela, «dovremo lavorare al massimo, l’abolizione dei voucher ci ha messo in ginocchio e ha tolto lavoro a tante persone». A coordinare le attività c’è Francesco Foroni, mantovano di 29 anni che ha deciso di mettere alla prova qui la sua laurea in scienza e tecnologia della ristorazione. «Volevo fare qualcosa di utile agli altri e Mantova ha una vocazione agricola fortissima. Dopo un anno come volontario oggi è un lavoro vero».Fino ad oggi Hortus ha coinvolto 30 persone in stato di svantaggio sociale ed economico di cui: 5 originari del Marocco, 1 del Bangla Desh, 2 della Tunisia, 2 del Ghana, 1 della Costa d'Avorio, 1 della Nigeria, 1 del Mali, 1 dell’India, 2 del Pakistan, 1 della Bielorussia, 1 della Bosnia, 1 dall’Albania e 11 italiane e italiani. I curricula di queste persone sono stati selezionati tra quelli inviati a Hortus dal centro di ascolto Casa San Simone, da varie realtà dell’associazione Abramo e dal Centro di aiuto alla vita di Mantova.

«Sono arrivata qui 16 anni fa, per raggiungere mio marito che faceva il falegname - racconta Latifa, 37 anni, marocchina di Casablanca - poi i tre bambini, e intanto la crisi del lavoro. Un operatore della Caritas mi ha suggerito di mandare il mio curriculum. Ero incerta, non avevo mai lavorato, a parte la casa e i bambini. Perché dovevano prendere me?» Invece qualcuno ha intuito che dietro quel velo e la mano che corre spesso davanti alla bocca a coprire i sorrisi c’era una tempra di ferro. «Mi hanno preso e ho cominciato a lavorare nell’orto a Dosso del Corso. Mio marito non ne voleva sapere: per lui una donna che lavora era impensabile. Con degli uomini poi... Pian piano si è convinto, con la promessa che avrei continuato a occuparmi della casa, dei figli e di lui». E con i soldi a fine mese.

Dietro quel velo che Latifa non si toglie oggi c’è una donna profondamente diversa, «venire qui a Mottella, dove c’era la cucina, è stato fondamentale. Abbiamo imparato tanto, ci siamo scambiate le ricette dei nostri paesi, le abbiamo mescolate. Ho imparato a usare le spezie del Bangladesh. E sapere che quello che produciamo va sulla tavola delle persone è una grande soddisfazione». Ogni tanto sogna di tornare in Marocco, un giorno. «Ma non è realistico. Quando andiamo a Casablanca non la riconosco più. Non credo che sia il posto dove i miei figli vorranno vivere».
 

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