Un aiuto che lenisce il lutto e il dolore per chi non c'è più

Una seduta di auto-aiuto nella sede dell'associazione suzzarese

L'associazione Maria Bianchi propone gruppi di sostegno. Scrittura e narrazione gli strumenti per elaborare

SUZZARA. Perdere una persona che si ama, un amico, un familiare, un figlio, qualcuno che faceva parte della vita quotidiana e non solo, è un’esperienza traumatica che può segnare in modo indelebile, difficile da affrontare e soprattutto da superare.

Un aiuto esterno in alcuni casi diventa l’unico modo per iniziare un percorso che porti a ricominciare, ad andare avanti senza la presenza fisica di chi non c’è più. L’associazione Maria Bianchi, con sede a Suzzara, è nata per assistere le persone in lutto, per dare sostegno a familiari ed amici nel periodo precedente e successivo al decesso, per affrontare temi come il dolore e il sostegno emotivo, e formare volontari pronti ad offrire un aiuto concreto.

Tra i percorsi che si possono scegliere ci sono le cor-rispondenze, ovvero comunicazioni tramite lettere o mail, i gruppi di auto mutuo-aiuto e gli incontri individuali. «L’associazione è stata fondata nel 1986 da me insieme ad un altro gruppo – spiega il presidente Nicola Ferrari – Maria Bianchi era un’infermiera di Suzzara molto conosciuta e morta a causa di una malattia che ha vissuto fino in fondo alla sua vita, senza esagerazioni. Inizialmente ci occupavamo di assistenza domiciliare ai malati terminali e alle loro famiglie, ma nel corso degli anni ci siamo concentrati sul lutto, estendendo il servizio gratuito in tutta la provincia. Dopo trent’anni di attività siamo diventati un’associazione di promozione sociale e la nostra caratteristica principale sono le cor-rispondenze, un modo di supportare le persone attraverso la scrittura, una narrazione guidata con cui le aiutiamo ad esprimere ciò che provano, cosa sta accadendo e cosa vorrebbero, a capire cosa sentono con l’utilizzo di un linguaggio corretto. In queste situazioni è importante riuscire a definire e dettagliare il dolore che si sente».

La corrispondenza non richiede per forza un incontro con il volontario, a differenza dei gruppi di aiuto, dove ci si trova in cerchio, e degli incontri individuali. Non sempre il primo percorso scelto è quello giusto, e c’è la possibilità di provarne più di uno. In media, all’anno, all’associazione si rivolgono circa cento persone. «L’idea di fondo è che il lutto non è una patologia – chiarisce il presidente Ferrari – ma una condizione devastante naturale, esistenziale. Noi sintetizziamo il processo di elaborazione del lutto in una sola domanda: come posso continuare ad amare chi ho perso? Gli operatori aiutano la persona a capire come può continuare ad amare. Ogni percorso ha tempi diversi in base al tipo di decesso da affrontare e di solito finisce quando la persona scopre che ha ancora tanto da fare per continuare ad amare chi si è perso, perché chi non c’è più è comunque qualcuno rispetto alla quale si può ancora decidere se mantenere vivo il ricordo, completare dei progetti iniziati insieme, vivere mantenendo fede alle cose che ha lasciato. Si inizia con gesti semplici, come accendere il computer e guardare delle foto, mettere a posto una camera, mangiare un piatto particolare, tornare in un preciso posto».

Quello dei volontari non è un lavoro facile. «Noi lo viviamo come privilegio perché abbiamo la possibilità di entrare nelle storie di amore degli altri e c'è una condivisione di quello che una persona che non c’è più ha lasciato su questa terra. Ovviamente ci sono delle ripercussioni, perché stando sempre dentro questo ambito ti senti più sensibile a certe cose, ti immedesimi, ma è anche giusto che non sia un volontariato a costo zero, perché il confronto tra quello che spendiamo per aiutare a superare un lutto e le conseguenze che tornano indietro non ha paragoni. Facciamo tutto questo con una forte motivazione, e con il pensiero di essere il braccio operativo di un ampio progetto con un fine comune».

Elena Caracciolo

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