La rete che accoglie i piccoli del deserto nel nome della pace

Dal 2002 l’associazione Fadel Ismail ospita i bimbi Sahrawi.La presidente: «Che gioia aiutarli ad affacciarsi al mondo»

SAN GIORGIO. Salire su un treno, andare in bicicletta, fare il bagno nel mare o, molto più semplicemente, mangiare frutta e verdura e poter bere dell’acqua ogni volta che si ha sete. Azioni banali e quotidiane per molti bambini, non però per i piccoli del popolo Sahrawi nati e cresciuti in tende o case di fortuna nel Sahara occidentale.

Tra gli obiettivi dell’associazione Fadel Ismail di San Giorgio c’è quello di trovare ogni anno delle famiglie volontarie pronte a ospitare alcuni bambini parte del progetto “Ambasciatori di Pace”, che in estate prevede l’arrivo di un gruppo di una decina di ragazzini tra gli otto e i dieci anni.


«La nostra associazione è nata nel 2002 per svolgere iniziative di solidarietà, informazione e sensibilizzazione per contribuire a una soluzione non violenta nel Sahara occidentale – spiega la presidente Patrizia Fin – si inserisce in un quadro provinciale di attività tra cui in particolare l’accoglienza estiva di un gruppo di bambini Sahrawi. Tramite loro vogliamo portare un messaggio di pace verso la soluzione del conflitto con il Marocco».



Nel settembre 1991 Marocco e Sahara Occidentale hanno sottoscritto un piano di pace proposto dall’Onu, per l’indizione di un referendum di autodeterminazione per dare la possibilità al popolo Saharawi di scegliere fra indipendenza o annessione al Marocco, ma la data del referendum è stata continuamente rinviata. «Le emergenze più gravi e costanti nei campi sono la cronica carenza di acqua, di cibi freschi, dei più basilari medicinali. Ma manca soprattutto il diritto di vivere liberi. Parliamo dell’unico popolo che non ha avuto il diritto di scegliere».

I piccoli ambasciatori di pace vengono accolti a San Giorgio, Bigarello, Castel d’Ario, Porto Mantovano, Ceresara, Castel Goffredo e Casaloldo: «Ogni anno arrivano in dieci con un mediatore e possono stare per due mesi lontani dal deserto, dove la temperatura va già ben oltre i 40 gradi». Ai bimbi vengono fatte visite mediche e viene data loro l’opportunità di trascorrere alcune settimane con uno stile di vita ben diverso da quello a cui sono abituati. «Grazie all’ospedale Poma – aggiunge Fin – ciascuno di loro fa un check up sanitario che serve ad avere una fotografia completa delle condizioni fisiche, perché purtroppo tanti hanno problemi a livello ortopedico, gastrico e a livello di intolleranze o allergie, dovuti anche all’alimentazione che hanno nella loro terra. Qui da noi possono quindi mangiare cibi freschi, frutta e verdura, bere molta acqua pulita, ed oltre a questo riusciamo ad organizzare anche una vacanza al mare».

Da quando è partito il progetto, Fadel Ismail è stata in grado di accogliere un centinaio di bambini, ospitati da altrettante famiglie dei vari comuni della provincia: «Sono famiglie volontarie che si propongono per dare una casa, giocattoli e vestiti ai piccoli ambasciatori di pace e alla fine dei due mesi in tanti restano comunque in contatto con l’associazione. Per questi ragazzini lo scambio interculturale è importante, e si accentua dal momento che nel periodo di permanenza in Italia frequentano anche i Cred di San Giorgio e Castel Goffredo ed è bello vedere che intorno a questa rete si sviluppa una catena di associazioni locali che si attivano, dalle polisportive alla Caritas e altre associazioni di volontariato». I bambini vengono scelti dalle autorità del popolo Sahrawi e sono organizzati in gruppi omogenei di dieci provenienti allo stesso villaggio. «Sono tutti scolarizzati, ma vivono da sempre nelle tende dei campi profughi e il viaggio in Italia è la prima opportunità per conoscere il mondo. Vederli fare esperienze e realizzare sogni come prendere un aereo, andare in treno o in bici, che nella sabbia è impossibile, fare il bagno nel mare è emozionante, come lo è per noi aprire per loro una finestra sul mondo».

Elena Caracciolo
 

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