La Tosina sito neolitico con più reperti in Italia. Ma restano i misteri

Su oltre 100mila pezzi solo due denti umani e nessuna traccia di case. Terreni passati al microscopio. E in Provenza trovati villaggi gemelli

MONZAMBANO. Si chiude questa settimana al sito archeologico della Tosina la campagna di scavi 2017, la sesta che dalla casuale scoperta nel 2003 ha indagato quest’area archeologica abitata nel Neolitico, 6mila anni fa. Ma se è sempre più chiara per gli studiosi la straordinaria importanza di quest’area, che sta fornendo il maggior numero di reperti in Italia, 100mila solo dal 2% del sito ampio 5 ettari, nondimeno è altrettanto vero che stanno emergendo, man mano che avanza la conoscenza dell’area, “misteri” irrisolti.

Monzambano



Intanto la mancanza quasi assoluta di reperti umani. «Abbiamo migliaia di tracce che ci dicono che il luogo era abitato attorno a 4mila anni fa – spiega la direttrice dello scavo, l’ex Soprintendente lombarda Raffella Poggiani Keller –. Ma non abbiamo mai trovato ossa, scheletri o crani umani. Solo in questa campagna abbiamo trovato due denti, uno di un adulto e un secondo da latte. Evidentemente dispersi casualmente perché, se c’è una necropoli, sinora non l’abbiamo trovata». Altrettanto dicasi per le abitazioni del villaggio, costituito si pensa da case fatte con pali in legno e canniccio, poi intonacate con argilla cotta per sigillarle. «C’è qualche buca di palo, forse un pavimento con tracce di bruciatura, ma in realtà – conferma la direttrice – non sappiamo ancora dove questi uomini neolitici vivessero».



Un’ipotesi ha guidato questa sesta campagna: aprire uno scavo sul fianco sud-est della collinetta, nella presunzione che l’abitato potesse sorgere, come per altri siti della stessa epoca, alla base della collinetta circondata dall’acqua e nel punto più riparato.

Gli scavi, sinora condotti dalla Soprintendenza, per il biennio 2017-2018 sono stati concessi dal ministero per i Beni culturali al Museo ed istituto fiorentino di preistoria Paolo Graziosi, diretto da Domenico Lo Vetro. E proprio il professor Lo Vetro ha fatto una scoperta che potrebbe cambiare l’idea della storia in quell’epoca. «I reperti in selce lavorata e non solo della Tosina – spiega ancora la Poggiani Keller – sono praticamente identici a quelli trovai in Provenza. E su questo partirà uno studio specifico». Il mistero da sciogliere è capire, in base alle cronologie dei reperti, se le tecniche furono importate alla Tosina dalla Francia, o al contrario. Oppure, e l’ipotesi è la più suggestive, se a spostarsi non fossero gli artigiani “specialisti” della lavorazione della pietra. «La Tosina – ricorda ancora la direttrice – era un luogo dove la pietra grezza proveniente dalle cave della Lessinia veniva lavorata dagli artigiani e poi esportata».

Una sorta di emporio artigianale di 6mila anni fa per conoscere il quale ci si è affidati ad una équipe multidisciplinare composta da archeologi, ma anche da paleobotanici, paleontologi, come Fabio Bona, scopritore del cane “Fango” già diventato mascotte degli scavi, e geoarcheologi, come Nicola Cappellozza, che spiega la nuova tecnica di indagine adottata nello scavo: «Si tratta delle cosiddette “sezioni sottili”. Si preleva un campione di terreno in profondità, poi lo si indurisce con delle resine e se ne fa una sezione sottilissima, un vetrino da studiare al microscopio. Così facendo si scoprono cose che a occhio nudo non si vedono: pollini, microfauna, piccoli componenti che aiutano a capire clima e ambiente naturale all’epoca. Perché qui, zona morenica dove troviamo i sassi venuti dalle montagne Trentine, la geologia è decisiva».

Uno sforzo di ricostruzione dell’ambiente del sito, straordinariamente rimasto intatto, che è forse l’esito maggiore di queste campagne, sulle quali in 10 anni si sono investiti grazie a Regione Lombardia, Fondazione Comunità Mantovana, Fondazione Bam, 250mila euro. Ed oggi il responsabile organizzativo, Emilio Crosato, vero “padre” scopritore della Tosina sarà a Roma al ministero per chiedere finanziamenti che consentano di proseguire scavi e studi per il sito Neolitico più ricco in Italia.
 

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