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Alla Cima sciopero per lo stop alla mensa

Bozzolo. Lunedì pasto di protesta sul piazzale. La ditta: «Obbligati ai tagli per salvare i posti»

di Francesco Romani
2 minuti di lettura

BOZZOLO. Dipendenti della Cima ferroviaria, azienda in concordato preventivo, senza mensa interna a partire da oggi, 29 settembre. Una decisione improvvisa che ha fatto scattare uno sciopero di due ore dalle 8 alle 10 mentre lunedì le maestranze insceneranno come forma di protesta un pasto all’aperto sui piazzali aziendali. «L’azienda non ci ha nemmeno comunicato ufficialmente la decisione – lamenta Alfredo Papa, della Fiom Cgil mantovana –. E nemmeno la cuoca che perderà il posto. Una situazione inaccettabile». «Siamo in concordato – la replica dell’azienda –.E siamo costretti a rispettare delle performances di bilancio imposte dal commissario giudiziale. Dobbiamo fare più introiti e tagliare le spese. In periodo normale avremmo avviato una trattativa. Ma in concordato dobbiamo agire tempestivamente. Mi dispiace per il mancato preavviso, ma agiamo per salvaguardare i posti di lavoro.

La mensa interna era una delle “conquiste” ottenute dal confronto e dalla trattativa sindacale nella azienda che si occupa di manutenzione dei carri ferroviaria. Così come la quattordicesima mensilità. «Benefici che l’azienda pian piano ha disdettato unilateralmente giustificando i tagli con la necessità di far quadrare i bilanci e con la necessità di risparmiare» prosegue il sindacalista.

Il costo del servizio mensa per i 49 dipendenti operai ed i 9 impiegati assommerebbe a circa 35-38mila euro l’anno. «Calcoli fatti sul totale dei dipendenti, quando in realtà ne usufruiscono circa una trentina che pagano un euro ogni pasto» dice Papa. Che aggiunge.

«Noi non abbiamo posto questioni pregiudiziali, ma siamo convinti che ci possano essere delle soluzioni alternative alla chiusura secca che obbliga i dipendenti a prendersi su da casa il pasto, o il panino». Il ritorno alla “schiscetta”, un modo milanese per definire il tipico pasto da casa dell’operaio, da consumare nell’ora di intervallo fra le 12 e le 13, secondo i dipendenti poteva essere facilmente evitato.

«Avevamo proposto di avviare una trattativa sui costi del buono pasto, con la disponibilità ad aumentare la quota di un euro da parte di chi ne usufruisce – spiega Papa –. Oppure di sostituire la mensa con dei buoni spendibili esternamente come i ticket restaurant. Infine di utilizzare i 100 euro a testa del “buono welfare” statale che oggi viene erogato come buoni spesa a favore dei pasti. Ma l’azienda non ha voluto sentire ragioni ed nel giro di qualche giorno dalla scoperta che qualcosa non andava, ci siamo trovati la mensa chiusa».

Questo nonostante il giorno dopo la scoperta della volontà di chiusura si sia tenuto un incontro con il dirigente amministrativo Claudio Morselli, il direttore di stabilimento Oliva e l’amministratore delegato Giuseppe Pacchioni. «Che hanno ribadito – conclude Papa – la volontà di procedere con il taglio di questo servizio reso ai dipendenti». Oltre allo sciopero di stamattina (29 settembre), i dipendenti hanno proclamato lo stato di agitazione con il blocco degli straordinari. Lunedì all’ora di pranzo, infine, i dipendenti si ritroveranno tutti nel piazzale per una forma di protesta: un pasto da mangiare assieme.
 

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