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Sentenza dopo undici anni: condannato il ministero

Nel 1997 Gloria fu travolta in auto, nel 2004 la causa contro l’assicurazione. Lo sfogo della donna: «Vicenda vergognosa, l’Italia è un paese da terzo mondo»

Igor Cipollina
2 minuti di lettura
(ansa)

MANTOVA. Quando si dice «le lungaggini della giustizia»: la signora Gloria (nome di fantasia a tutela della riservatezza) ha dovuto attendere 11 anni per la sentenza di primo grado, 13 per vedersi riconosciuto il diritto pieno al giusto risarcimento, 20 dall’incidente in cui rimase coinvolta senza colpa, rimanendone segnata a vita. Sulla carta doveva essere una cosa facile e rapida. Doveva. A diluire l’amarezza dell’attesa nel balsamo della rivalsa, la sentenza della Corte d’Appello di Brescia, al quale si è rivolto l’avvocato della signora, Iacopo Rebecchi: dell’altro giorno la condanna al ministero della Giustizia per l’irragionevole durata del processo. Così secondo i limiti fissati dalla legge Pinto. A Gloria spettano 4.150 euro a titolo di “equa riparazione”.

La vicenda di Gloria, mantovana di provincia, è un concentrato di tutti i guasti della giustizia italiana, «un riassunto sfortunato» la descrive il suo avvocato: nemmeno a farlo apposta, mettendo Kafka e Paolo Villaggio nel frullatore di un’aula di tribunale, verrebbe fuori una vicenda così surreale. All’inizio della storia c’è una donna di 42 anni a bordo della sua auto, ferma a uno stop. Ignara del “missile” che sta per pioverle addosso, del tamponamento che le frantumerà le ossa e precipiterà la sua esistenza in un’odissea. Prima tra gli ospedali, poi in tribunale. È il 22 agosto del 1997. Che la responsabilità è dell’altro conducente lo riconosce anche la compagnia che ha assicurato l’auto, ma il risarcimento offerto non soddisfa Gloria. Con 7.500 euro non riuscirebbe nemmeno a pagarci le spese mediche già sostenute. Ed eccolo il vizio originale della vicenda, già guasta prima di rotolare in tribunale: l’incidente è del 1997, l’offerta arriva nel 2004. Oggi non sarebbe più ammesso, il codice delle assicurazioni private in vigore dal 2005 fissa in 90 giorni dal ricevimento del certificato di guarigione il termine per l’offerta.

Gloria rifiuta la somma e trascina la compagnia assicurativa con la proprietaria dell’auto, diversa dal conducente, davanti al giudice. Il tribunale competente è quello di Brescia, la prima udienza è del luglio 2004. Tra costituzione in giudizio, termini per le memorie e le repliche, nomina del consulente tecnico d’ufficio, conferimento dell’incarico, esame della perizia e richiesta di chiarimenti allo stesso consulente, due scioperi degli avvocati a distanza di cinque mesi, tira e molla vari e sviste procedurali, si arriva al settembre del 2010, quando il giudice dispone il rinvio della causa per «la precisazione delle conclusioni» al marzo 2014. Quattro anni dopo, però, il giudice in questione sarà ormai a riposo e il caso scivolerà sulle spalle di un suo collega. Si ricomincia da capo. Morale, a dicembre 2015 l’assicurazione e la proprietaria dell’auto sono condannati a pagare a Gloria 14mila euro e rotti. Ma il giudice sbaglia a calcolare gli interessi legali (mancano più di 5mila euro). E vai quindi di ricorso in Appello, poi superato da un accordo tra le parti.

«È vergognoso – scandisce Gloria, mentre il magone torna a serrarle la gola – oltre al danno ho subito la beffa angosciante delle udienze rinviate di due, tre, quattro anni con tutte le terapie mediche a cui ho dovuto sottopormi. Se non ci fossero stati i miei genitori a sostenermi economicamente, e anche fisicamente, non ce l’avrei fatta. Il dolore non mi ha più abbandonato, l’incidente mi ha rovinato la mia vita». Ma almeno la condanna del ministero non la conforta un po’? «No è un riconoscimento piccolo piccolo. So che non è stata colpa del giudice se mi hanno travolto in auto, ma quando sento parlare di progresso mi viene da ridere, l’Italia è un paese da terzo mondo».

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