Maroni: «A noi 23 deleghe» e Gentiloni apre il dialogo

Il presidente in aula conferma la linea della Regione. E poi stringe l’alleanza con l’Emilia «La nostra proposta in consiglio entro tre settimane, poi partirà la trattativa con il governo»

MANTOVA. «La Regione Lombardia, nella trattativa con il governo, chiederà competenze su tutte le 23 materie disponibili, con relative risorse». Lo ha detto ieri pomeriggio in consiglio regionale il presidente Roberto Maroni, in linea con quanto recitava il quesito approvato da 2,8 milioni di elettori lombardi (circa il 38% degli aventi diritto). E lo chiederà con un mandato possibilmente «unanime» delle forze politiche. Incassando la disponibilità al dialogo in tempi rapidi del premier Gentiloni.

La richiesta di Statuto speciale avanzata lunedì dal presidente del Veneto, Luca Zaia, ha invece segnato una distanza con la Lombardia, anche se i toni della polemica si sono stemperati con il passare delle ore. In un'intervista rilasciata a Repubblica, Maroni ha affermato di essersi sentito «spiazzato» dalla mossa del collega leghista, che può creare tensioni con il governo. Ma qualche ora dopo il presidente lombardo ha replicato che c’era stata, sì, «una forzatura» ma del quotidiano che ha riportato le sue parole: «Io non critico Zaia, lo sostengo pienamente».

Paolo Gentiloni


Il doppio passo di marcia dei due governatori ha fatto sorgere il sospetto di una mancanza di coordinamento nel loro partito, subito smentito dal segretario Matteo Salvini: «C’è una sola Lega». È un fatto però che la Lombardia lavori a un percorso diverso, pur volendo far fronte comune a Roma con il Veneto, ma anche con l’Emilia Romagna del governatore Stefano Bonaccini.



Maroni punta, infatti, al riconoscimento della «specialità» della sua Regione, senza uno Statuto speciale, quindi senza chiedere una modifica della Costituzione. È la posizione che ha difeso per tutta la campagna referendaria. È una terza via, sulla quale ieri il consiglio regionale ha iniziato a lavorare, per arrivare a una risoluzione che possa coinvolgere anche chi non ha sostenuto il referendum. Ovvero, il Pd e le altre forze di centrosinistra invitate a partecipare, con centrodestra e grillini, alla delegazione che negozierà con Palazzo Chigi.

Tempi per votare il mandato: due o al massimo tre settimane. «Il presidente Gentiloni mi ha detto che appena siamo pronti non aspetterà sessanta giorni per avviare il confronto», ha detto Maroni nella lunga informativa all’Aula del Pirellone, nella quale ha detto di puntare al massimo del risultato anche in materia fiscale ma senza citare direttamente il residuo fiscale.

Roberto Maroni


Maroni ha avanzato la richiesta di aprire la trattativa insieme all’Emilia. I tempi promessi dal sottosegretario Bressa per partire sono rapidissimi: «Nell’incontro con il presidente Bonaccini - ha detto il sottosegretario - ho sottolineato la possibilità di accogliere tale proposta a condizione di avviare incontri finalizzati all’unione dei tavoli non oltre la fine della prossima settimana». Il presidente emiliano-romagnolo si è dichiarato disposto a seguire questo programma.



La sfida è ora quella di cucire un accordo che soddisfi, appunto, tutte le forze politiche. Il presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo (Alleanza Popolare), ha proposto di raggruppare le richieste «per priorità». I 5 Stelle – che con il loro voto nel 2015 hanno reso possibile il referendum togliendo proprio la richiesta di Statuto speciale dal quesito e aggiungendo il voto elettronico – avvertono con il consigliere Stefano Buffagni: «La rapidità del negoziato è messa a rischio dalla fine della legislatura». Il Pd ha posto una condizione dirimente: «Se sarà una proposta condivisa, noi ci siamo - ha affermato il segretario regionale, Alessandro Alfieri - ma se il ragionamento di Maroni è “queste sono le 23 materie, prendere o lasciare”, non parteciperemo». Posizione condivisa, dai sindaci. Per quello di Milano, Giuseppe Sala, quello di Zaia «è un discorso pericolosissimo, e bene ha fatto Maroni a prendere le distanze».
 

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