Un libro per voi: Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

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MANTOVA. Inauguriamo uno spazio dedicato ai libri. Non recensioni vere e proprie. Consigli, più che altro. Buona lettura.

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963

Uno dei dieci romanzi più belli che abbia mai letto. Il titolo può forse spaventare: “lessico” rimanda alle lezioni di ortografia, sintassi e grammatica che hanno costellato i nostri studi dalle elementari in poi. A ben vedere “lessico” altro non significa che “repertorio di parole”, parole usate in famiglia, dunque. In questa splendida autobiografia in forma di romanzo, Natalia Levi-Ginzburg descrive con una penna quanto mai ironica e brillante le figure del padre, della madre, dei fratelli e degli amici intellettuali (Turati, Pavese, Einaudi, Ginzburg, Olivetti) che gravitano attorno alla Torino del primo e del secondo dopoguerra.

Le vicende della Storia –antisemitismo, fascismo, la Resistenza – si affastellano e si intrecciano con le atmosfere intime della casa: la domestica sbaglia sempre i pronomi, la madre “si stufa” e agogna il cinematografo, il padre è un uomo dispotico che ama “skiare” in montagna e che prova repulsione per l’arte contemporanea, tra cui Modigliani e Casorati, definendola “sbrodeghezzi”, Leone Ginzburg legge per ore in piedi “come per caso”, Pavese pranza all'una in punto con la minestra preparata dalla sorella, Einaudi incute timore con i suoi gelidi occhi azzurri. Un libro sensazionale, che stupisce per sensibilità e acume e per quella vista magica che caratterizza i migliori intellettuali: la capacità, sopra ogni cosa, di individuare la natura profonda degli esseri umani grazie a solo qualche indizio.

"Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere. Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che  le sapeva già da lunghissimo tempo.

Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre, nei rapporti con i suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava, e non  nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non esser mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso.

(…)

Quanto a Pavese, commetteva altri errori  per conto suo, ma non i medesimi, e incespicava su altre strade, dove camminava solo, con attitudine sprezzante e caparbia, e con animo dolente e mite.
Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i  nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dal calcolo, e dall’intelligenza. Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono  per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l’astuzia mette in noi radici più ferme che non l’avventatezza o l’imprudenza: come sciogliersi da quei legami così tenaci, così stretti, così profondi? La prudenza, il calcolo, l’astuzia hanno il volto della ragione: il volto, la voce amara della ragione, che argomenta con i suoi argomenti infallibili, ai quali non c’è nulla da rispondere, non c’è che assentire.
Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi. Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e  predispone il corso d’una passeggiata o d’una serata. Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla  d’imprevisto o di casuale.

Quando andavamo, lui, io, i Balbo e l’editore, a far passeggiate in collina, s’irritava moltissimo se qualcosa deviava il corso da lui predisposto, se qualcuno arrivava  tardi all’appuntamento, se cambiavamo all’improvviso il programma, se si aggiungeva a noi una persona imprevista, se una circostanza fortuita ci portava a mangiare, invece che nella trattoria che lui aveva prescelto, nella casa di qualche conoscente incontrato  inaspettatamente per strada. L’imprevisto lo metteva a disagio. Non amava esser colto di sorpresa.
Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliegie, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l’Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era  da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad avere paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.

Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei  confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la propria morte non era amore per la vita, ma un profondo calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa".

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