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In dieci anni brucia più di 200mila euro: «E non so il perché»

Il racconto choc: "Ho perso anche gli affetti e la stima di me stesso". Dopo sei mesi in cura gioca ancora ma in modo contenuto

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[[(Video) Slot machine. La testimonianza di Mario, giocatore d'azzardo]]

MANTOVA. Cinquantenne, mantovano, impiegato con un lavoro fisso. In dieci anni ha bruciato più di 200mila euro. Lo stipendio mensile finiva tutto nelle slot machine e per il pranzo e la cena andava spesso a bussare dai genitori pensionati. Mario (nome di fantasia) oggi gioca ancora, ma in maniera consapevole e contenuta. Dopo sei mesi di terapia al Serd il suo conto in banca, prima tutto prosciugato dai videopoker, ha ripreso fiato. Quella che segue è una sua riflessione, il racconto del suo stato d’animo, prima e dopo.

Confesso: sono stato un giocatore e ritengo di esserlo ancora. Questo saperlo, per uno dei misteriosi paradossi della vita, ha finito per salvarmi, anziché perdermi. Anche perché, a perdermi, e perdere, sono stato bravo, tanto, e non solo in denaro, in affetti stima di me e vita, ma, me ne sfugge ancora il “perché”. Ed è un “perché” che, forse, non troverò mai. Come, non ritroverò mai, di questo son sicuro, la cosa più preziosa che avevo, barattata con una stupida speranza di vittoria: la mia innocenza, l’innocenza del bambino che gioca.

Stasera, ho deciso di raccontarvi di “Certe sere”, quelle sere che io ho vissuto e che, vi auguro, voi non abbiate mai il caso di vivere.

Certe sere, sono, per noi, le più tristi del mondo. O meglio, sono quelle nelle quali tutta la tristezza del mondo ci cade addosso. E ci sentiamo veramente soli. Sono le sere che cadono di venerdì o di sabato, le sere nelle quali vorremmo che un amico ci chiamasse, per un cine, o una pizza, (quanto sono tristi il cine o la pizza da soli), o, semplicemente, per dirci che la sua squadra del cuore ha perso, e lui si sente triste, o ha litigato con la donna e cerca una spalla su cui piangere (figuriamoci, noi tifiamo per un’altra squadra che, quando perde, nessuno ci chiede se siamo tristi e la donna non ce l’abbiamo più).

Certe sere, finiamo per odiare il telefono che non squilla (la chiamata che attendevamo, e che ci ha dato tanta ansia, ora lo sappiamo, non arriverà mai, e lei (lui) chissà dov’è, e che ci lascia soli, in balia del nostro rumoroso silenzio, un silenzio che ci possiede e dobbiamo nascondere, tanto da rispondere a nostra madre, che ci chiede «Cos’hai»?” «Nulla». E il telefono tace e noi lo odiamo, perché anche lui è un amico assente.

Certe sere non vale andare a farsi una pizza da solo o a vedere un cinema da solo o passare ore a giocare ad uno stupido solitario che nemmeno ti fa vincere.

Certe sere ti rendi conto che il solitario che stai giocando è la tua vita. E lo giochi per non sentire il dolore, quel dolore che è divenuto il tuo tempo e ti acceca e ti toglie il respiro. Ma almeno ti dà un senso.

Certe sere, sono proprio le sere in cui avresti bisogno di dire a qualcuno di lui, di questo dolore dalle braccia di pietra, ma sono proprio le sere in cui il telefono tace e non trovi nessuno. E quello è l’unico abbraccio che ti è rimasto.

Certe sere sono proprio lo specchio esatto dei tuoi giorni (e tu non lo vorresti), giorni che finiscono per essere lo specchio esatto della tua vita (di quella passata, di quella futura e tu non lo vorresti), una vita con una sola prospettiva: la solitudine.

Certe sere sai che non è più un gioco, ma devi giocare lo stesso, perché altri giochi non hai. E credi che non te ne restino altri possibili.

Certe sere (come, certi giorni) pensi che non hai altro che quel dolore di pietra, che ti stringe fra le sue braccia. Che ti fa camminare con le sue gambe. Ed arrivi a pensare che siano le uniche braccia, le uniche gambe che ti meriti. Certe sere pensi di non meritare altri abbracci. Certe sere (anche se non ti piace), somigliano troppo alla tua vita. Allora, pensi di non poterle mai più cambiare.


 

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